Loris Cereda: un nostro Cittadino da conoscere per la sua capacità di scrivere

Oltre agli scacchi, naturalmente, di cui è Maestro FIDE, qualifica che in altri sport potrebbe abbinarsi a professionisti, mentre nel nobile gioco della sfida all’analisi successiva dei pezzi, non prevede queste condizioni. Una cosa che lo distingue ulteriormente è lo scrivere. Che noi sinceramente apprezziamo (ma siamo solo lettori, non critici). Ci piace e crediamo di fare cosa utile farlo conoscere.

Riportiamo qui un breve racconto che abbiamo colto da una sua pubblicazione su facebook. Bella la costruzione come la descrizione di una partita di scacchi (naturalmente) quale paradigma del vivere e degli accadimenti che la vita ci può mettere di fronte. Anche con l’avvertenza implicita che ciò che capita dipende anche, e non poco, dalle nostre capacità di analisi e le scelte che ne seguono. Con i replicati complimenti a Loris Cereda

LA FINE DELLA SFIDA

In un istante, gli anni, mi sono arrivati addosso. Non avevano la forma piatta di una lastra pesante; erano a forma di cuneo.
Ciò che mi premeva contro era il vertice in cui, tonnellate di dolore, si accumulavano e mi spaccavano la schiena.
Il dolore degli anni sprecati, il dolore degli anni perduti, il dolore degli anni che, sapevo già, sarebbero stati persi.
Mentre quel cuneo, pesante, mi trafiggeva, cominciò a tremarmi la mano e tutto il tabacco che stavo rivestendo con la cartina fu di colpo disperso sul pavimento.

Fu allora, mentre ancora cercavo di fermare il tremore, che ripensai al Professore; il ricordo di quel giorno che, per un poco, cambiò la vita di tutti.
La mano del Professore tremava, mentre, tra i nostri sguardi attenti, afferrava la Regina e la portava a mangiare il Cavallo dello Slavo.
Lo Slavo appariva sicuro, era convinto di avere la partita in pugno e tutti gli stranieri del secondo raggio assorbivano la sua sicurezza in una posa che pareva anticipare il trionfo annunciato.
Noi guardavamo il Professore; continuava ad aggiustarsi gli occhiali come se potessero fargli vedere meglio la posizione; come se le lenti nascondessero ai suoi occhi la verità della mossa migliore.
Poi alzò leggermente la testa e distolse lo sguardo dalla scacchiera, si fermò in un interminabile respiro e cominciò ad avvicinare la mano alla Regina.
La mano, tremante, prese il pezzo, lo mise sulla casella del Cavallo dello Slavo e mentre pollice indice e medio reggevano la Regina, con il mignolo e l’anulare il Professore tolse il Cavallo nero e lo appoggiò a lato della scacchiera.

Quei pochi di noi che sapevano le regole degli scacchi pensarono che il Professore fosse davvero ormai sfinito: ora la Torre dello Slavo poteva mangiare la Regina del Professore dando al nero un vantaggio decisivo.
La Slavo però frenò l’impulso con cui stava per mangiarsi la Regina del Professore, appoggiò le mani sulle tempie e cominciò a pensare.
Anche la sicurezza degli stranieri pareva di colpo ridimensionata: se lo slavo non mangia subito la Regina deve esserci qualcosa che ci sfugge, pensavano.
Qualcosa infatti c’era; qualcosa che era sfuggita a tutti e che invece aveva mosso la mano tremante del Professore ad eseguire il più spettacolare sacrifico di Regina che mi fosse mai capitato di vedere.
Lo Slavo, dopo averci pensato su almeno cinque interminabili minuti, mangiò la Regina. Aveva però capito, lo si vedeva, che il suo destino era segnato. Il Professore, con la mano che ormai non tremava più, diede scacco d’Alfiere, lo Slavo sposto il Re nell’unica casa disponibile e a quel punto, come se non fosse più la sua mano ma la forza di un destino ineluttabile, il Professore mosse il Cavallo e diede Scacco Matto.
Lo Slavo strinse la mano all’avversario e senza dire una parola si avvio verso la sua cella. Gli stranieri, a uno a uno, posarono i pacchetti di sigarette della scommessa perduta sul tavolo e, increduli, uscirono in fila dalla sala comune.

Restammo noi a guardare il Professore, aveva ricominciato a tremare e sembrava non avesse nemmeno la forza di rialzarsi.
Poi il Napoletano ruppe il ghiaccio: “Professò, t’aggià ditt’ io ch’a scacchi nun ta puoteva battere nisciuno!”.
Il Professore lasciò che lo sguardo si sfuocasse in un sorriso e gli disse: “Napoletano, tutto può succedere negli scacchi, ti sembrerà strano ma gli scacchi non sono bianchi e neri, sono grigi; quando tu credi di avere in mano i pezzi che vincono può accadere che di colpo siano quelli dell’altro a finire nelle giuste case. Oggi è successo ai nostri pezzi, domani potrebbe essere il contrario. E anche la nostra vita, che oggi ci pare affidata a pezzi destinati a perdere, domani, senza che noi lo prevediamo, potrebbe finire nella casa giusta per dare scacco matto. Ora prendete i pacchetti di sigarette e dividetele, lasciatemene un po’ e andate via, i momenti belli vanno vissuti da soli”.

Quel ricordo, in modo improvviso, mi ridiede la forza di continuare; il dolore degli anni si trasformò, da quel duro e aguzzo cuneo che mi trafiggeva, in una gelatina fresca che avvolgeva il mio corpo e gli ridava vigore.
Ricominciai a fare le sigarette senza che un solo filo di tabacco sfuggisse al rapido arrotolamento della cartina.
Per la seconda volta così fui grato al Professore: per quel poco, per quel niente, per quella forza di credere che il destino non ha un colore solo; ha tante sfumature: a seconda dell’angolo con cui lo guardiamo può apparire bianco o nero mentre lo vediamo posarsi nella casella che darà lo scacco matto. Loris Cereda

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