Lavoro: contrattazione nazionale e crescita del Paese

Come sempre in economia, le spinte dirigistiche che impongono al mercato obiettivi che sono estranei all’efficienza, all’ottimizzazione dell’insieme mercato, si traducono in condizionamenti pesanti che frenano le legittime aspettative di crscita e si traducono in penalizzazioni per tutti. soprattutto dei meno fortunati. In chi parte svantaggiato.

Naturale che liberare dalla contrattazione nazionale l’area privata, poi farebbe emergere l’illogico privilegio dei dipendenti pubblici che, lavorino  Bolzano o a Scoglitti, percepiscono lo stesso stipendio nazionale, mentre il costo della vita è marcatamente diverso. I sindacati sono portati ad opporsi perché se la lor ofunzione rappresentativa nei contratti appare solo a livello aziendale, il peso e la funzione osciale rimangono ma il condizionamento politico si riduce.

Si prospetta da sempre uno scoglio forte da superare, ma che almeno si assumano la responsabilità, loro sindacati, della funzione di freno, di palla al piede che assumono tenendo ferma soprattutto la parte del paese meno fortunata che ne avrebbe bisogno. Leggiamo la bella riflessione di Lottieri

IL LAVORO È MIO E LO NEGOZIO IO (seconda parte)

Tra le prime cause del mancato sviluppo del Mezzogiorno bisogna annoverare la contrattazione nazionale

Nel caso italiano, ogni ipotesi di superamento dei contratti unitari obbliga immediatamente a riconsiderare quelle che un tempo erano chiamate le “gabbie salariali” e che un ingenuo egualitarismo inconsapevole delle differenze, della complessità della storia e della varietà del nostro paese ha voluto buttare via. Il progetto di chi ha uniformato i salari in tutta Italia era di garantire a chiunque lo stesso tenore di vita: il risultato, però, non appare soddisfacente. In effetti i dati ci dicono che, in media, un lombardo ha un reddito nominalmente doppio rispetto a quello di un calabrese: grazie alla maggiore presenza di imprese e imprenditori, alla più alta occupazione, alla maggiore concentrazione di posizioni professionali della fascia superiore. Se fissando contratti nazionali validi da Bolzano a Enna si volevano eliminare le differenze, il risultato è stato fallimentare. E se oggi si vuole aiutare il Sud ad attirare capitali e investimenti bisogna ripartire dalla realtà.

Permettere una contrattazione regionale sarebbe già un miglioramento. È però vero che si riprodurrebbe, in piccolo, lo stesso errore fatto finora. Se Vicenza non è Siracusa, è altrettanto vero che Milano non è Sondrio. In forma attenuata, si avrebbero nuove “tariffe” (prezzi artificiali) destinate a falsare di nuovo le relazioni di mercato e, di conseguenza, a generare altra disoccupazione involontaria. E se non è bene che sindacati e associazione delle imprese decidano per tutta la Lombardia, egualmente non ha senso che si tolga al singolo individuo – qualora non voglia delegare altri – la libertà di decidere in merito al proprio lavoro. Per questo motivo, sarebbe opportuno partire dal ragionevole suggerimento avanzato dagli economisti del Fmi per riscoprire le ragioni morali della libera contrattazione: del diritto di ognuno a cooperare con chi vuole e come vuole.

Marxismi indifendibili Come si è detto, quanti avversano l’autonomia negoziale della persona sono eredi di logiche latamente marxiste e se oggi magari non ricorrono più all’argomento del plus-valore (che la maggior parte dei marxisti stessi ha accantonato all’indomani della rivoluzione marginalista, che ha messo fuori corso la teoria del valore lavoro) egualmente reputano che la libertà del mercato autoregolato sia riconducibile alla formula “libera volpe in libero pollaio”. Il contratto non sarebbe mai equo, perché, nel confronto tra chi offre lavoro e chi lo compra, il secondo sarebbe in posizione di forza. Il ricco imprenditore potrebbe resistere più a lungo e, di conseguenza, potrebbe ottenere quello che vuole. La tesi sembra solida, ma non è così.

È vero che l’imprenditore, solitamente, è più ricco dei propri
dipendenti, ma questo non significa che egli sia facilmente disposto a fare a meno di loro. Come rilevò Bruno Leoni, se l’industriale e l’operaio avessero i medesimi obiettivi (ad esempio, nutrire i figli e pagare il mutuo della casa) il primo sarebbe in una condizione molto migliore. In generale, però, il titolare di un’azienda ha altri progetti e la semplice idea di restare anche solo una settimana con gli impianti inattivi può indurlo talora ad accettare contratti molto onerosi. Assurda sul piano etico-giuridico (poiché sottrae ai singoli la libertà di agire autonomamente), la tesi avversa ai contratti individuali è indifendibile anche sul piano economico.

Qui come in altri casi, si scopre che la difesa di solidi principi morali (non usare violenza su innocenti, non impedire libere relazioni contrattuali, non ostacolare lo sviluppo di una cooperazione spontanea) produce pure buoni risultati sociali. La contrattazione nazionale è figlia di una logica autoritaria, avversa al mercato, e di un nazionalismo uniformante, che ha impedito al Mezzogiorno di trovare una sua strada verso la crescita. (Carlo Lottieri da Tempi, 14 settembre 2017 – prima parte)

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