Il Sud, il lavoro e la contrattazione nazionale

La questione non viene discussa dai media, per lo meno da quelli più diffusi e popolari. Siccome il tema è di rilevanza primaria (sia per l’origine: FMI il Fondo Monetario Internazionale che per gli effetti che si propone: il rilancio dell’economia in Italia, soprattutto nel Sud), ci sembra giusto sottoporlo.

Prendiamo lo spunto da una riflessione autorevole: Carlo Lottieri, docente in sociologia, filosofia e politica, fra i fondatori di IBL. La pubblicazione avviene in Tempi, settimanale di prestigio dichiaratamente espressione di Comunione e Liberazione.

Il tema riguarda la contrattazione nazionale dei contratti di lavoro, e delle conseguenze negative, che fanno perdurare lo svantaggio e penalizzano il Sud e le diverse aree di minor occupazione nel nostro paese. Lo pubblicheremo in due tempi, perché la lettura sia più agevole.

IL LAVORO È MIO E LO NEGOZIO IO

Tra le prime cause del mancato sviluppo del Mezzogiorno bisogna annoverare la contrattazione nazionale

Il tema torna periodicamente nella discussione pubblica italiana, ma ogni volta è subito accantonato. Qualsiasi proposta di superare la contrattazione nazionale, in effetti, si scontra con una serie di difficoltà, a partire dal rigetto della sinistra italiana nei riguardi dell’autonomia contrattuale. Non è un caso che, tra gli esperti di diritto, i più schierati su posizioni illiberali siano i giuslavoristi e che, al tempo stesso, il gruppo che conta il più alto numero di vittime del terrorismo comunista sia proprio questo: per la tradizione marxista, infatti, la peggiore delle ingiustizie ha luogo nelle relazioni contrattuali tra chi vende e chi compra lavoro.

Da tutto questo discende che anche molti tra quanti non nutrono la minima simpatia per le tesi sostenute nel Capitale ritengono che la libertà di decidere in merito ai propri rapporti di lavoro non possa essere lasciata nelle mani di imprenditori e dipendenti. È tesi accettata da molti che lo scambio configuri un conflitto, dove il più forte vince a scapito del più debole. L’unica soluzione, quindi, consisterebbe nel continuare a confiscare il diritto di lavorare con chi si vuole e come si vuole, lasciando ogni decisione a sindacati, Confindustria e legislatori.

Il giusto prezzo
Qualche settimana fa, senza troppo speculare su libertà e diritti, gli economisti del Fondo monetario internazionale hanno richiamato l’attenzione sulle distorsioni causate dai contratti nazionali e hanno suggerito che una liberalizzazione del mercato del lavoro sarebbe di grande aiuto al nostro sistema produttivo. La loro tesi è che la fine dei contratti nazionali e il passaggio a contratti aziendali potrebbe portare a una riduzione del 3,5 per cento della disoccupazione. Queste cifre vanno sempre prese con le molle, ma è sicuramente vero che norme che eguagliano il costo del lavoro da azienda ad azienda, e da regione a regione, generano serie difficoltà a chi vuole intraprendere e a chi cerca un posto.

È sufficiente avere due nozioni elementari di economia per comprendere che un salario è un prezzo e che quando esso viene fissato in modo arbitrario ne discende che in qualche caso c’è chi non è disposto a vendere e in altri c’è chi non è disposto a comprare. Nel caso italiano, appare chiaro che stipendi pensati per il Centro-Nord (dove si concentra la gran parte del sistema produttivo) sono fatalmente all’origine di larga parte della disoccupazione del Mezzogiorno. Chiunque può comprendere che se un lavoratore meccanico o siderurgico deve essere pagato allo stesso modo in Lombardia o in Calabria, ben pochi andranno a investire nella regione meridionale. Se vorranno trovare manodopera a un costo inferiore andranno allora in Croazia, in Ungheria o in Romania.

Dalla Lombardia alla Calabria Non si tratta solo e in primo luogo di un rapporto tra Sud e Nord, o tra le differenti regioni. Anche a pochi chilometri di distanza vi possono essere possibilità di contratti molto differenti. E questo perché anche nella medesima realtà territoriale vi sono imprese che operano molto meglio di altre e che, di conseguenza, per mantenere i propri dipendenti (e motivarli) possono essere disposte a spendere assai di più. (Carlo Lottieri da Tempi, 14 settembre 2017 – prima parte)

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