Monopoli e inefficienza. Atac, esempio eclatante

Ne abbiamo parlato e lo ribadiamo frequentemente che la condizione di monopolio è generatrice di sprechi. Sempre: che sia pubblica o privata, globale o locale. O anche del territorio di una metropoli come Roma. In questo caso è l’Atac, equavelente romano di ATM. Che, in dieci anni ha consumato sette miliardi di nostre tasse! Sette miliardi.

L’editoriale di IBL (VEDI) ci trova concordi nella denuncia. Osservando che il settore del trasporto pubblico locale è settore difficile. Un conto però è perdere il 3% come avviene in Germania, un altro il pozzo senza fondo di ATM e Atac. La soluzione è certamente delegare la gestione a privati. Vogliamo però osservare che i gestori devono essere plurimi, come in Germani appunto sta avvenendo, da almeno dieci anni.

Lo spezzatino privato (e meritocratico) genera efficienza a tutto beneficio di un servizio migliore e minori tasse per i contribuenti. Un percorso che M5S non sembra per ora orientato a percorrere… ma diamo tempo al tempo: in assenza di favori politici, la scelta mercatale e competitiva è ineluttabile che si affermi. I partiti no, questi non lo faranno mai: per loro è strumento di assunzioi raccomandate imbottendo di dipendenti e costi (che poi paghiamo noi).

L’Atac e la vera trasparenza
Il nemico della trasparenza sono le logiche politiche e elettorali

(IBL editoriale 04 Settembre 2017)La richiesta di concordato preventivo per l’Atac di Roma è, dal punto di vista dell’azienda, la mossa più ragionevole: un’ammissione che la situazione dei conti è insostenibile, prima che sia dichiarato il fallimento. È un passo avanti, se non altro per certificare una situazione disastrosa di cui tutti i cittadini di Roma fanno esperienza tutti i giorni.

Non sarà però, come auspica la sindaco Raggi, l’inizio di una nuova vita. E non potrà mai esserlo, se la proprietà pubblica dell’Atac è davvero un “valore” irrinunciabile per l’Amministrazione.  Le procedure fallimentari servono per voltare pagina: si chiudono i libri contabili di un’azienda per fare in modo che gli stessi fattori produttivi possano essere meglio impiegati.

Un’azienda pubblica può fallire tecnicamente, e Atac lo è da anni, ma se pubblica è e deve restare, non per valutazioni di convenienza ma per principio, nulla può cambiare: le cause del dissesto, dovute alla mancanza di incentivi per tenere a bada le spese e rendere agli utenti un servizio efficiente, continueranno a perpetuarsi. Negli ultimi dieci anni gli italiani hanno pagato ad Atac 7 miliardi di euro in sussidi che sono finiti solo in spese correnti, mentre l’azienda non riusciva nemmeno a coprire gli obblighi imposti dal contratto di servizio firmato con Roma.

Perché davvero questo sia un nuovo inizio, non basta regolare i rapporti con creditori e debitori. Bisogna fare in modo che una gestione economica e imprenditoriale del trasporto pubblico sia possibile: che poi significa dare spazio alla concorrenza, come chiede il referendum consultivo #mobilitiamo Roma. Le firme necessarie perché esso abbia luogo sono già state consegnate dai Radicali al Comune.

L’Amministrazione capitolina, espressione del Movimento Cinquestelle, ha come stella polare la trasparenza: e ai Cinquestelle va dato atto di battere da sempre su questo tasto. Curioso che, per quel che riguarda il servizio pubblico locale di Roma, non abbiano pensato che il nemico della trasparenza sono le logiche politiche e elettorali con cui viene gestito. Al contrario, trasparente davvero sarebbe un affidamento con gara del servizio, aggiudicato al miglior offerente.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 6 settembre 2017 10:10

    Purtroppo la perspicacia del cittadino medio è davvero modesta.

    Là dove i servizi sono stati privatizzati il costo del servizio è più alto!
    (così viene dal cittadino percepito, ndr)

    Di norma no, è più alto il costo dell’abbonamento perché vengono a mancare i sussidi pubblici
    (i 7 miliardi a Roma per esempio, ma sono tanti, anche se meno, a Milano e via dicendo).

    Sfatiamo una serie di miti radicati:

    la scuola pubblica NON è gratis,
    la sanità pubblica NON è gratis,

    semplicemente il loro costo non è pagato da chi usufruisce del servizio
    (che può essere, volendo, più meno sussidiato con gli stessi effetti ma con gli ampi benefici della concorrenza)

    e ricade sulla collettività (lo paghiamo noi).

    Nelle strutture pubbliche,
    che siano scuole, università od ospedali, di norma,
    il costo (reale) è più elevato di quello delle strutture private,

    che riescono anche a fare profitti, e il livello qualitativo inferiore.

    RE Q
  2. #2 scritto da Socrate Lusacca il 6 settembre 2017 15:28

    Ben trovato Andrea,

    esemplare e efficace la descrizione…

    cui vi sarebbe da domandarsi:
    quanto incide il sistema dei media, la comunicazione,
    sulla mancata percezione del cittadino medio?

    quanto pesa la responsabilità di giornalisti e imprese?
    Quanto il sistema della comunicazione viene sussidiato dallo stato
    perché poi i politici possano condizionarne la funzione?
    (e quindi mantenere il cittadino medio nella beata non conoscenza di come viene turlupinato)

    buona giornata

    RE Q
  3. #3 scritto da Andrea D. il 6 settembre 2017 16:19

    C’è un errore nel mio commento: l’ultima parola dovrebbe essere inferiore non superiore visto che il riferimento è alle strutture pubbliche.

    RE Q
  4. #4 scritto da Socrate Lusacca il 6 settembre 2017 20:53

    Scusa Andrea,

    avevo interpretato, equivocando, che l’inciso conclusivo fosse da riferirsi alle scuole non pubbliche…
    mi sono permesso una correzione considerandola una svista,

    ma evidentemente la svista è stata la mia

    buona serata

    RE Q

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