Democrazia, burocrazia e “statalismo dei partiti”

L’argomento in questo blog è stato più volte descritto in vari aspetti: l’occupzionee dello Stato da parte dei partiti, appropriatisi della delega ottenuta col voto. Oggi troviamo con piacere Alberto Mingardi, Direttore Generale dell’Istituto Bruno Leoni, anche editorialista de lastampa, che riflette su origini, funzioni ma soprattutto danni, che provoca l’apparato dello stato facendo uso della burocrazia come sistema di controllo dell’economia del paese (per conto dei mandanti partitici, appunto).

Mingardi vede un condizionamento reciproco (partiti-burocrazia), il che nella sostanza corrisponde. I partiti dovrebbero però essere esterni e estranei alla gestione dello stato. Che in queste condizioni è debole, debolissimo, un insieme evanescente che copre la proprietà  sostanziale esercitata dalle segreterie dei partiti. Riflessione comunque efficace che merita attenta lettura (VEDI anche IBL).

L’UFFICIO COMPLICAZIONI DELLO STATO

Quanto più complesso è l’ordito di norme che governa un Paese
tanto maggiore è il potere arbitrario di chi lo gestisce

Un gigantesco ufficio complicazione affari semplici. Le storie di ordinaria burocrazia che ci racconta La Stampa a questo ci fanno pensare. La pubblica amministrazione appare come un inesausto produttore di ostacoli inutili, rende difficile ai cittadini obbedire alle leggi, fa della diffidenza verso il buon senso il suo primo comandamento.

Nell’ultimo quarto di secolo, però, procedimenti amministrativi, riorganizzazione degli uffici pubblici, trasparenza, produttività dell’apparato funzionariale sono stati al centro di più riforme: nel 1993, nel 1997, nel 2009 e più di recente nel 2015. Sarebbe ingeneroso sostenere che la burocrazia non sia stata nemmeno scalfita da questi tentativi. E tuttavia bisogna chiedersi perché quella è, grosso modo, l’impressione dei cittadini.

L’impressione non è nemmeno solo loro. Se prendiamo, nei Worldwide Governance Indicators della Banca Mondiale, quello relativo alla “rule of law” che cerca di misurare l’effettivo grado di indipendenza, prevedibilità, rigore della pubblica amministrazione, vediamo che l’Italia ha un punteggio (64/100) lontano da Paesi come Germania (93), Olanda (97) e Svizzera (98). Lo stesso vale per la “government effectiveness”, che comprende la qualità percepita dei servizi pubblici e della Pubblica Amministrazione: 69/100 contro rispettivamente 94, 97 e 100.

Dal momento che funziona per procedure e regole, la burocrazia dovrebbe limitare la discrezionalità del potere. Così si pensava cent’anni fa, quando gli Stati avevano compiti tutto sommato limitati.

Quanto più complesso è l’ordito di norme che governa un Paese tanto maggiore è il potere arbitrario di chi deve applicare la regole o trovare, fra le sue pieghe, lo spazio per un’eccezione. In Italia le leggi vengono applicate ai nemici e interpretate per gli amici. Se ci sentiamo sudditi, è proprio perché non riusciamo a capire le norme alle quali dobbiamo sottostare e ci sembra di essere inermi, inermi innanzi a chi ce le fa rispettare.

Perché la burocrazia non voglia auto-riformarsi, è presto detto.I burocrati sono esseri umani come tutti e come tutti fanno i loro interessi. Vorranno mantenere il proprio potere, quando non possono accrescerlo. Del resto, come governare un sistema così macchinoso senza ricorrere a che lo conosce meglio? Per questo i politici li trattano coi guanti: ne hanno bisogno.

C’è anche una questione “culturale”, che forse è ciò che davvero ci distingue dalla Svizzera o dall’Olanda. In Italia, governi e funzionari sono uniti dalla convinzione che solo norme rigide e minuziose possono rendere l’interesse privato compatibile con quello pubblico. Ma più sono e più dettagliate sono queste norme, e più diventa probabile che siano incoerenti e persino, di tanto in tanto, in conflitto: la mano destra non sa quel che fa la mano sinistra.

Si stima che gli adempimenti costino alle piccole imprese il 4% del fatturato (Assolombarda). Questa cultura per cui è legittimo solo ciò che è esplicitamente autorizzato costa molto di più: le occasioni perdute. Grandi o piccole che siano: i lucernai che non sono stati fatti e le imprese che non sono state costituite.

Le storie che ci presenta La Stampa sono tristemente istruttive. È vero tuttavia che una persona comune può trascorrere anni interi senza venire a contatto con un ufficio pubblico se non per pratiche di routine. Sono in pochi (sostanzialmente, imprenditori e professionisti) a comprendere davvero quanto è pesante il carico normativo a cui siamo sottoposti. Per questo, quando si discute della bassa crescita italiana, per i leader politici è facile puntare il dito altrove. Le iniziative abortite hanno il vantaggio di essere invisibili (Alberto Mingardi. da La Stampa, 14 agosto 2017).

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  1. #1 scritto da Socrate Lusacca il 16 agosto 2017 11:00

    E’ di questi giorni una delle ennesime novità normative: esemplare dimostrazione d’inutilità (per funzioni), di beneficio per contenzioni, professionisti, e potestà decisionali di fatto degli uffici P.A. nel confermare o metterci una riga sopra.
    Parliamo dell’obbligo a segnalare gli autovelox… obbligo che esiste già da dieci anni (2007)
    ma non sistematico nella sua applicazione, per cui arrivano modalità applicative più stringenti dal Ministero (Minniti).

    L’Ufficio Complicazioni avrebbe dovuto prendere atto dell’inutilità e lasciare i controlli come sono.
    Sarebbe stato semplice, meno costoso, avremmo risparmiato.
    Chi ritenesse di far uso delle strade come una pista di velocità, avrebbe rischiato e pagato.
    Adesso no:
    l’Ufficio Complicazioni gli garantisce che, se non è segnalato l’autovelox può farla franca. Un incentivo.

    Non bastano i cartelli stradali, che sono perfino troppi?
    Così vi saranno appalti per sostituire tutti gli avvisi esistenti e crearne nuovi (è stata stabilita una norma con tanto di dimensioni, colore e carattere)….

    Nuovo lavoro, cose da fare per la P.A., nuovi dipendenti?

    paghiamo noi, tranquilli a subire

    RE Q
 
 

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