Migranti, ONG e tornaconto: un poco di chiarezza

Con almeno cinque anni di ritardo, dopo esserci  presi i sorrisi di sufficienza dell’Europa (insieme a contributi per la gestione del ponte navale Libia-Sicilia). Dopo la spinta della provocazione di Macron, che ci ha costretti a trovare una soluzione superando per una volta i condizionamenti del mondo para pubblico fatto di coop, ONG e ONLUS (non tutti, ma neppure pochi), finalmente i soldi li abbiamo assicurati ai boss libici. Questo si fa ma non si dice…

“dare soldi – vedere cammello”: non ci voleva molto, è ovvio. Aver fatto finta di non capire, abbiamo subìto in Italia (e per converso in Europa) un flusso di poveracci senz’arte ne parte, destinati a non essere integrati, a non far parte del nostro futuro, a finire in ghetti o aree circoscritte non troppo dissimili da lager recintati. Fatto l’accordo con la Libia, la pacchia sta finendo.

Per chi può finire la pacchia? Per le organizzazioni “umanitarie” che lucrano sulla gestione dei poveretti, ricevendo i soldi dal ministero allo scopo di dare l’accoglienza minima (pasto e un letto). Al sistema delle navi ONG che in misura crescente hanno affollato il Canale di Sicilia spinte dal buon cuore, dalla loro missione.  Pure da sussidi che da qualche parte pubblica avranno ricevuto.

Stipulato un piano di lavoro che responsabilizza i libici (che come già dedotto avranno il loro tornaconto), in pochi giorni lo scenario cambia. Sono emerse le aree confuse di compromissione fra il sistema che coordina e gestisce la tratta dei poveretti e le strutture dalle missioni umanitarie (ma non solo).

Sistema che fornisce i poveretti, entro il quale gli scafisti sono solo il terminale di organizzazioni sovranazionali sahariane e subsahariane magari con risorse immesse anche dall’area del golfo petroliero, come piano di un percorso di occupazione dell’Europa, che vede in prima linea e più debole l’area del Mediterraneo. Basta vedere e seguire il mutare tempestivo dei percorsi sulla scacchiera, al variare di stagioni e criticità.

L’abbiamo sfangata. Fin che dura, certo. Il sistema sovrastante che tutto questo coordina non si fermerà qui:  troverà o proverà altre strade. L’indirizzo geopolitico dell’invasione dell’Europa ha un presupposto logico e ineluttabile. Entro mezzo secolo il Vecchio Continente avrà abitanti dimezzati e sarà terra di occupazione (non di conquista perché le guerre del secolo scorso non convengono più a nessuno).

Se l’Europa (Italia compresa, naturalmente) non compie uno sforzo progettuale all’altezza del problema, pianificando gli ingressi, selezionando, formando, istruendo, investendo quanto necessario per gli europei (e italiani) di domani, il problema è ineluttabile che si ripresenterà. Sarà una rinnovata invasione incontrollata simile a quella di questi anni. Poi un’altra, poi ancora, e via reiterando.

In questo scenario, stringato entro poche parole, alla ricerca del nocciolo della questione, fanno pena diverse organizzazioni internazionali che adesso giustificano il rifiuto a presidiare con regioni umanitarie fasulle (VEDI). La soluzione delle criticità pesanti, inumane (secondo i parametri del nostro mondo) cui sono ridotti (indotti) i poveretti (questi stanno già così): aiutare gli scafisti, riagganciandoli alle ONG  significa solo rimettere in moto la catena del triste mercato. Rimettere in moto l’invasione dell’Europa da parte di disperati che per noi saranno solo problemi (nemici a casa nostra).

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