Democrazia partecipata che non c’è: non è stata voluta

La chiamano, nel titolo, DISCIPLINA DELLA PARTECIPAZIONE POPOLARE. Di fatto regolamenta i modi con cui i Cittadini (quelli che pagano, gli azionisti) possono e sono autorizzati a chiedere informazioni, a formulare proposte, a interloquire con la P.A. (con i nostri concittadini eletti, che hanno l’onere di gestire le nostre risorse). Già il termine è indicativo del metodo.

Si tratta soprattutto di contenere, limitare, subordinare le modalità con cui ci si può avvicinare alla gestione della nostra Comunità. Noi dobbiamo pagare, loro sono “il potere”; al massimo, nel rigoroso rispetto del Regolamento che hanno appena approvato (all’unanimità del Consiglio) concedono che si suggerisca e siano loro a decidere cosa fare.

Unico decisore di cosa fare e come fare resta il sindaco con la Giunta che si compone di suoi nominati. In Consiglio la maggioranza abbondante al sindaco è garantita. Questo è il “potere”. Umano che chi lo detiene se lo tenga stretto e veda con fastidio gli elementi che possono condizionare le sue decisioni, umano ma non democratico. Lontanissimo dalla Democrazia diretta.

I referendum proposti come si potevano fare cinquant’anni fa. Carta, firme, certificazioni, garanzie. Quando tutto è raccolto interviene la Giunta, che si riserva un mese di tempo per approvare, oppure rspingere. Magari anche far propria la proposta modulandola in modo che non sia dei Cittadini ma del sindaco, della Giunta. Abbiamo l’esempio in questi giorni con le polemiche sulla caserma dei carabinieri.

Nella trascrizione siamo dalla pagina 9 alla 22 (VEDI). Intervengono il sindaco, il Presidente della Commissione, un Consigliere di maggioranza. Per la minoranza Cortiana, Iocca, Cortinovi. Lettura interessante perché l’argomento che tutti adottano è: non potevamo fare di più perché lo statuto le regole di base le ha già tracciate e non possiamo innovare. Ci si è sforzati di aggiungere qualcosa (dicono), ma evidentemente è poca cosa.

Domanda che viene subito: lo statuto da chi è stato discusso e approvato? Non più tardi di due anni fa, proprio dalla attuale gestione. Allora questi signori lo hanno voluto direttamente. Loro hanno tracciato i limiti stringenti che tengono fuori i Cittadini dalla vita della Comunità! Eppure al riguardo sul tema, erano state proposte (da Città Ideale, ad esempio)  e sono state discusse, le singole proposte con gli open data e l’informazione trasparente e massiccia ai Cittadini. Tutte respinte; tutte.

Che adesso si lamentino del limite che loro hanno posto nello statuto…. lacrime di coccodrillo. Così come è rappresentazione mediocre l’insistita auto celebrazione dell’impegno, dell’approfondimento, con elogi e ringraziamenti che si scambiano.  Non manca poi la lamentela sulla scarsa partecipazione dei Cittadini, sempre più distaccati anche dalla politica locale, dai suoi attuali rappresentanti.

Non capiscono (o più probabilmente fanno finta di non capire) che la situazione va rovesciata: bisogna che i Cittadini siano coinvolti e chiamati a decidere anche sulle cose di tutti i giorni. Magari in forma consultiva precedente ai temi da decidere. Comunicare in modo chiaro e trasparente, comprensibile. Adottare in modo massiccio trasparenza e informazione con gli open data. Invece l’Albo Pretorio è l’esatto contrario: respinge, non si capisce, vengono pubblicate solo decisioni gia prese, in modo che respinge, allontana.

Si provi per esempio a vedere come è scritta la delibera di Giunta che in questi giorni è stata pubblicata (VEDI) e ci si sforzi di comprenderla. Riguarda i dipendenti del comune, le assunzioni.   Cosa ci vuole perché, accanto al contenuto burocratico di questo sistema borbonico, venga aggiunta la descrizione in italiano parlato.. Che in comune vi sia un rappresentante con il compito di raccogliere informazioni, proposte, consigli, richieste di chiarimenti. Non lo si vuole!

Un sistema che è da ribaltare, il rapporto fra Cittadini e loro amministratori. Un ritardo culturale troppo diffuso, lo dimostra anche l’approvazione unanime del Consiglio. La società civile deve prendere in mano il proprio destino per “spezzare le catene” che costringono i Cittadini a subire il potere di un’amministrazione ancorata a principi autoritari. Non di nome, ma di fatto antidemocratici.

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