Statalismo e monopolio stanno inchiodando l’Italia

La notizia è di quelle che non bucano la parete di gomma virtuale per andare sui media: andando contro una direttiva europea riguardo ai diritti d’autore, è stato confermato il monopolio SIAE.  Monopolio è sinonimo d’inefficienza, di maggiori costi, di servizio burocratico, spesso pessimo. Questo caso ne è una conferma.

Riportiamo quindi l’esempio che ce ne dà, ormai quotidianamente purtroppo, l’Istituto Bruno Leoni  di cui riportiamo l’editoriale. Liberalismo significa poche regole ma di valore assoluto. Monopolio e coalizioni dei pochi per condizionare il mercato, portano al contrario dell’efficienza, a rendite di posizione. L’opposto del liberalismo. Affermazione di una concezione dirigista, statalista del paese.

L’OTTIMISMO DELLA LIBERTÀ

IL PESSIMISMO DELL’ESPERIENZA

(IBL 08 Marzo 2017) In un editoriale eravamo stati ottimisti: avevamo pensato che fosse “la volta buona”,  che il recepimento della direttiva europea sul mercato dei diritti d’autore avrebbe rappresentato l’occasione per scardinare uno degli ultimi monopoli di Stato, quello della Siae.

Ci eravamo sbagliati. L’ultimo Consiglio dei ministri ha infatti approvato un decreto legislativo che, a quanto si apprende dalla stampa, mantiene l’esclusiva della Siae per la riscossione dei diritti d’autore in Italia. Resta, quindi, il monopolio attuale che consente solo alla SIAE di incassare nel nostro territorio e poi redistribuire – con molta calma – i diritti d’autore.

La conferma dell’esclusiva congela l’Italia agli anni Quaranta, quando, in un mondo in cui l’espressione “nuove tecnologie” designava apparati ben diversi da quelli di oggi si era giunti a pensare che la gestione dei diritti d’autore potesse essere in maniera più efficiente gestita da un solo soggetto.

L’esclusiva limita gli artisti, che non possono scegliere a chi affidare i propri diritti. L’esclusiva danneggia i consumatori, sui quali si scarica un costo di intermediazione che è tra i più alti d’Europa.

L’esclusiva è anche l’ennesimo segnale dell’isolamento di un Paese che preferisce guardarsi al passato nell’illusione che sia possibile farlo senza rinunciare a tutti i vantaggi e le comodità del presente. Siamo un Paese dove è più probabile che una persona abbia due telefonini che uno, dove metà della popolazione usa Facebook, dove la principale forza politica per consensi è un movimento nato su Internet.

Pensiamo però che ogni volta che le nuove tecnologie rendono obsolete le vecchie regolamentazioni, consentono l’accesso di nuovi operatori al mercato, stimolano insomma l’intraprendenza e l’imprenditorialità, valga la pena rallentarne la diffusione. E abbiamo poi la faccia tosta di lamentarci che le imprese italiane non sanno diventare protagonisti di questi mercati.

E’ una lezione anche sul potere dei cosiddetti gruppi d’interesse. Facile vederne la mano quando succede qualcosa, in presenza di un adeguamento normativo. Ma spesso sono le cose che non si vedono quelle cruciali: il mantenimento dello status quo ha anch’esso, in prospettiva, dei costi.

Il governo italiano difende l’insostituibilità della gestione unica collettiva dei diritti d’autore, ma i meccanismi di sfruttamento economico delle opere si adeguano intanto, altrove, alle nuove tecnologie. Il monopolio per la gestione dei diritti d’autore è ormai caduto in tutti gli Stati membri dell’Unione europea tranne il nostro. Le nuove società per la gestione dei diritti sono sempre più solide e competitive, potendo agire all’estero in concorrenza con eventuali enti pubblici che non hanno l’esclusiva. Da noi, resta il carrozzone Siae.

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