Giorno del Ricordo: dieci Febbraio che dobbiamo conoscere

La vicenda che ha assunto il termine Foibe, che nell’immaginario la caratterizza, riguarda le mie terre d’origine.  Inevitabilmente la mia sensibilità è e resta intensa. Di questa giornata ciò che mi colpisce in particolare è l’esodo degli italiani di Istria, Dalmazia e Fiume.

Un evento conseguente all’epilogo di una guerra infausta; disgraziata e alla volontà dei vincitori di rimescolare le etnie con l’intento di evitare il ripetersi di conflitti generati da spinte nazionalistiche che le etnie hanno motivato.

Non che le foibe, il qualche migliaio di deceduti nel modo brutale di una guerra che oggi si fatica a ricordare, non siano un evento importante, che conta. A me fa un po’ l’impressione di un parlar d’altro, perché la tragedia collegata dell’Istria e degli italiani d’Istria, in questo modo, che focalizza tutto sulle foibe, finisce per essere posta in secondo piano.

Al di là degli attori del momento, il trasferimento-deportazione da queste terre di 130.000 italiani, lo vedo come un prezzo che il Paese ha dovuto pagare, ha dovuto subire, per la guerra persa. Adesso si chiamerebbe “pulizia etnica”.

Yalta ha deciso; Tito e Jugoslavia sotto influenza URSS e risistemazione degli italiani nell’area a Est di Trieste. Potevano rimanere solo di propria volontà ma perdendo proprietà immobiliari e altri beni non di consumo, in un paese “socialista”. A Yalta la guerra per l’Italia era davvero persa e i vincitori decisero.

Ricordo vuol dire non dimenticare questi italiani: il sacrificio, lo sradicamento, il dilemma fra l’abbandono dei propri valori e cultura e il paese dei propri padri. Il dramma del nuovo, del ricominciare da capo in una parte diversa della Patria, visti da estranei, quasi non conosciuti. Ricordo che deve riguardare anche la situazione e i tempi che questo hanno generato; temperie poco conosciute, ormai.

I due anni che precedettero l’epilogo furono impregnati di divisioni e ripartizioni: il Sud Tirolo entrato a far parte del Reich; l’area oggi Slovenia pure integrata nel Reich, quale prolungamento della Carinzia, allargata a Ovest fino a inglobare Trieste e metà del Friuli (comprendendo la valle del Natisone); si arrivò addirittura ad assegnare la Carnia a Cosacchi filonazisti.

Anni di sfacelo e disastri, di divisioni territoriali mutevoli a seconda del momento, terminate e ricomposte con la fine del  conflitto. Adesso ricordiamo la tragedia della Carnia, divenuta nell’estate del ’44 “Kosakenland” in Nord Italien, assegnata a 40.000 russi e cosacchi filonazisti, comandata da Krassnow, un atamano cosacco. Occupazione ed esproprio di una zona abitata allora da 60.000 italiani di Carnia, con 44 presidi militari di occupazione.

Il martirio del popolo carnico è inenarrabile e tuttora ben vivo in coloro che lo subirono, ormai pochi. Fra le vicende dell’inevitabile e decisa reazione partigiana all’occupazione, è da ricordare il parroco Giuseppe Treppo, medaglia d’oro, ucciso per aver reagito allo stupro di due giovani parrocchiane.

Storie da non rimuovere, dobbiamo ricordarle anche se ci fa male e la tendenza a metterle da parte tende a prevalere. Senza condannare; da non rimuovere in particolare da parte degli italiani che le vicende di allora portarono a scegliere la parte sbagliata.

Finì come doveva finire: tragicamente. Passati migliaia di  morti e martìrii, con le divisioni Cosacche in ritirata, il Kosakenland che ridiventa Carnia e in parte Friuli. Le armate cosacche, con carri e cavalli annegate nella Drava: forse un suicidio collettivo, scelto per non affrontare il conto da pagare verso il loro paese.

Neppure da dimenticare la lotta fratricida fra partigiani con l’eccidio di Porzùs: diciassette partigiani non rossi fatti fuori da quelli con la stella rossa sul berretto. Fra questi anche il fratello di Pasolini.

In queste temperie si innescarono gli eventi conclusivi che commemoriamo. Non dobbiamo dimenticare, non per rivendicare, non perché noi fummo migliori. Del che qualche dubbio dovremmo avere. Ricordo di una fine che gli Italiani d’Istria (e dei confini) pagarono per tutto il paese. Ricordo perché non debba più ripetersi.

Tag: ,

  1. #1 scritto da Alessandro La Spada il 10 febbraio 2017 09:45

    Articolo molto bello.

    Io mi sento disinformato sul Novecento perché nel mio periodo scolastico (anni ’80), la scuola italiana temo fosse nel suo punto più basso. Il Novecento si faceva in due mesi prima dell’esame di maturità.

    Sicuramente al Liceo classico era più approfondito, ma erano una sparuta minoranza. La sensazione era che sul “nostro” periodo i professori non avessero molto da dire, al massimo da fare politica in classe.

    Per questo sono arrabbiato, perché in età adulta – come ognuno scopre quando ormai è tardi – non è facile recuperare la cultura non acquisita quando c’erano il tempo e la freschezza mentale.

    Oggi mi scoccia avere dubbi, e doverli verificare su Wikipedia, quando in casa si parla di intolleranza e inevitabilmente salta fuori il nazismo. Oppure dover sorridere, senza rispondere nulla, al dottore della visita sportiva che chiacchiera della linea del Piave (è appassionato di storia).

    A scanso di equivoci sul mio livello di impegno scolastico, i miei voti furono ottimo alle medie, 60/60 alle superiori, laurea con 108/110. Non ero un somaro.

    In mancanza di esperienza diretta (gli insegnanti di oggi non appartengono alla generazione della Guerra, per fortuna), mi piacerebbe una maggiore collaborazione tra il Ministero e le varie organizzazioni di reduci e storici per tenere lezioni nelle scuole, ad esempio con il professore che spiega e l’esperto che racconta fatti precisi.

    RE Q
  2. #2 scritto da citta ideale il 10 febbraio 2017 11:12

    Alessandro, respiri e comunichi esigenza di verità…

    Verità nel vissuto delle popolazioni, dei miseri che apparentemente la storia l’hanno subita,
    ma che in realtà ne sono stati attori e facitori concreti,
    con i loro comportamenti, le scelte, l’agire è l’imboscarsi.

    Poi viene raccontata secondo le esigenze del dopoguerra:
    la storia la fanno i vincitori… una sentenza sempre vera,
    oggi forse un poco meno.

    Ciò che ci venne raccontato, quando si arrivò al racconto,
    perché per almeno 15 anni l’argomento fu un tabù,
    riguardo all’area giuliana dell’Italia,
    fu l’attenuazione della volontà decisa a Yalta.
    Decisione che l’Italia interamente (e meritatamente) subì.
    Non si poteva raccontare allora, si fa fatica ancora oggi.

    buona giornata e grazie

    RE Q
 
 

sottoscrivi il feed dei commenti

SetPageWidth