Un fenomeno dei nostri tempi che può far riflettere

“Completamento automatico delle parole”, leggendo la definizione molti dei lettori andranno col pensiero al proprio smartphone, che agevola e velocizza la scrittura. Uno dei ormai quotidiani miracoli dell’economia digitale sempre più spinta, innovativa, che ci obbliga al continuo aggiornamento. Una riflessione di Veronique Greenwood, (saggista e divulgatrice su Scientific American) ce ne fa una storia e ne da  una riflessione per l’evoluzione.

Il completamento automatico dello scrivere è nato con gli ideogrammi cinesi e le macchine da scrivere manuali negli anni cinquanta (2450 caratteri) che ciascuno poteva personalizzare a seconda dei testi e degli usi prevalenti. In Occidente il problema di una velocizzazione della scrittura attraverso il “completamento automatico delle parole” inizialmente dedicato all’agevolazione di persone disabili.

Gli applicativi stanno diventando sempre più evoluti e stanno sorgendo problemi imprevisti. L’uso del completamento automatico rende più volatile la memorizzazione dei caratteri, dei simboli (per i cinesi) delle parole e delle frasi per noi.

“via via che la scrittura manuale cede il posto alla digitazione: i bambini che imparano a scrivere col computer non hanno la stessa padronanza della forma dei caratteri o delle parole, di chi ha imparato a scrivere con la penna.”

Con la conseguenza che le scelte preconfezionate dello scrivere riduce la personalizzazione, la creatività. Il pericolo che ci si esprima in maniera molto più, perfino troppo stereotipata è concreto. Gli studi sull’abitudine a delegare indicano che sforzarsi di meno in un dato comportamento deresponsabilizza riguardo agli effetti, siano essi positivi o negativi.

Insomma perfino lo scrivere (in modo preconfezionato) diventa più burocratico, creando una distanza fra la creatività dello scrivere e il risultato del testo scritto. Ne vediamo qualcosa anche nei documenti amministrativi o contrattuali con effetti che si ripetono sull’uso superficiale del copie-incolla per assemblare un nuovo testo prelevando da qui e là.

Un tipo di comunicazione che crea una distanza: il testo precofezionato tende a ridurre l’estro, l’empatia fra pensiero e testo che rende gratificante l’interazione, che porta a rileggere, ritoccare, sostituire, precisare perché il filo diretto dal pensiero al testo è intermediato dall’automatismo: utile ma passaggio che genera un risultato meno coinvolto.

La situazione è in evoluzione al punto che stanno crescendo applicativi e metodi per ridurne l’efficacia, o addirittura per disattivarla. Scrivere le parole lettera per lettera, pezzo per pezzo, fa tornare la ricerca del senso vero della mente che genera un concetto. Ci si mette di più ma si è più soddisfatti, lo scritto diventa più parto proprio, pensiero di sé puntualmente rimesso sul supporto cartaceo o informatico.

Conclusione? non sempre è automaticamente certo che compiere certe operazioni più in fretta, soprattutto quando impegnano direttamente le parti più prossime all’elaborazione del cervello umano, è un progresso che si misura in termini di risultato qualitativo. Fra tante cose che diventano più semplici e veloci fa piacere notare che ve ne sono altre che possono meglio rendersi con l’elaborazione diretta. Parola per parola.

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