Italia, debito pubblico e finanza internazionale: proviamo a capire per decidere

Stiamo a ridosso di un referendum che avrà un esito, il quale dal giorno dopo non dovrebbe avere effetti sulla nostra situazione, quale che sia il risultato. Così in genere si pensa, e sembrerebbe una affermazione di buon senso. Invece non lo è. Nelle condizioni in cui siamo messi è inevitabile che vi siano riflessi internazionali, tanto più pressanti quanto maggiore è il nostro debito collocato all’estero.

Il nostro debito pubblico è conservato parecchio in Italia, in prevalenza presso banche e altre istituzioni pubbliche; un 10% circa presso privati. Solo in Europa siamo sui 3/ 400 miliardi fra banche europee e BCE. Poi ci sono i fondi sovrani più o meno arabo/petroliferi, i mercati orientali e USA. Una robusta rappresentanza dell’economia mondiale che sull’Italia ha scommesso.

Restiamo uno dei paesi principali, a livello globale, che vive ancora molto sulla produzione manifatturiera. Ha capacità e resistenze perfino inaspettate visto che siamo esterni rispetto ai gruppi, ai brand globali. Tuttavia, limitandoci agli ultimi dieci anni, siamo incapaci di tornare all’equilibrio per cominciare a ridurre il debito (che invece è aumentato di 500 miliardi). Condizione per noi  indispensabile tornare all’equilibrio: solo falsificatori o imbecilli possono sostenere che non è un problema.

Restiamo un paese risparmioso: i nostri risparmi sono certamente superiori al debito pubblico: di fronte a un trauma come quello greco, i debitori potrebbero imporci di acquistare una parte dei bond nelle loro mani. Per chi si trovasse a governare, non rimarrebbe altro che prendere i soldi dai nostri risparmi (non tutti, basterebbero 2/300 miliardi). Chi ci rimette? I risparmiatori, soprattutto i piccoli.

Su questo rischio finora irrisolto l’economia globale si muove. Al pianoforte dei mercati pigia sui tasti suonando la musica che riduce le apprensioni. Ne ha l’interesse e perfino il diritto; e noi per contro l’obbligo di pagare i nostri debiti e metterci in grado di essere credibili. Anche qui sostenere che all’estero ci siano nemici sfruttatori con la bava alla bocca che succhiano il nostro sangue, come il lupo travestito da nonna di cappuccetto rosso, è altra insulsaggine.

I debiti che abbiamo, dobbiamo pagarli. Ogni anno noi italiani lasciamo sul piatto dei mercati finanziari 75 miliardi di euro, che ritirano i nostri creditori (i quali ci hanno negli anni dato i soldi su nostra richiesta, alle condizioni di interesse da noi offerte). Più ci indebiteremo, più gli interessi annui ci strozzerano, ci soffocheranno fino a prenderci per la gola. Questa situazione è incontestabile anche se nessuno dei nostri politici ne parla.

Bisogna smetterla di vivere sopra le nostre possibilità: occorre razionalizzare la spesa pubblica, le amministrazioni locali, regionali, nazionali, gli enti pubblici e le società di diritto privato ma di pubblica proprietà, tutto il sistema controllato e occupato dai partiti deve essere costretto a mollare la presa. Non è antipolitica ma l’unica strada per salvare il paese e ripartire. Ricominciare a crescere.

Dire che il debito pubblico è unaun’esagerazione, che qualcuno chissà perché se lo inventa perché ci vuol male, fa parte della peggior demagogia nel far politica. Il mondo globale ha le sue regole e non esistono scorciatoie che permettano di non restituire i capitali che ci sono stati prestati, su nostra richiesta. Perseguire i responsabili del disastro è un dovere: ma stiamo pure certi che da qui non verranno soldi che riducano il debito in modo significativo: toccherà a noi con una politica sana, spendere solo quello che si ha, senza nuovo debito.

Nella Repubblica romana, prima ancora di Cristo, nei momenti di grave crisi, veniva nominato un dictator che, per un breve periodo, aveva tutti i poteri, su tutto e tutti. Noi ci troviamo in queste condizioni e abbiamo bisogno di una  fase nella quale il potere di  gestione deve essere rafforzato, riducendo il condizionamento dei molti che campano di politica. Chi sarà eletto a governare (nel 2018, mica adesso), potrà avere un assetto che gli consente d’intervenire con meno condizionamenti, per tutto il periodo.

Questa oggi la nostra necessità, prioritaria. Nell’interesse personale di ciascuno, nell’interesse delle nostre famiglie; delle Comunità, del nostro Paese. Teniamone conto, e scegliamo avendo a cuore non il nemico da battere (che potrà essere messo da parte alle elezioni politiche) ma il futuro dei nostri figli e nipoti.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 29 novembre 2016 11:03

    Per ridurre il debito, in un Paese ormai al limite della sostenibilità fiscale,
    occorre ottimizzare le spese – i soldi spesi devono essere spesi bene, con dei ritorni effettivi – e ridurre i costi/gli sprechi.

    Di questo, all’orizzonte non c’è l’ombra.
    Nei due anni di governo del “magnifico”
    (??? forse meglio noto come il guitto di Firenze)
    le tasse sono aumentate,
    la spesa è aumentata più delle tasse con conseguente aumento del debito (di oltre 140 miliari di euro).

    L’aumento della spesa è avvenuto senza interventi strutturali,
    ma con mance elettorali a destra e a manca (per di più spesso con coperture una tantum),
    tutto questo in un biennio in cui dal cielo sono piovuti circa una quindicina di miliardi di euro di risparmi sugli interessi del debito pubblico!
    Questi sono i numeri del governo che sui media si vende come il governo della ripresa, del rilancio.

    Ma quando mai?
    Del rilancio del debito stile DC anni ’80, forse!
    E questi avrebbero stravolto la Costituzione? NO, grazie!

    Per inciso è vero che in Italia il risparmio/patrimonio dei cittadini è superiore al debito pubblico,
    ma questo vorrebbe dire che, in caso di emergenza,
    on patrimoniali, prelievi forzosi, espropri e via dicendo si potranno sottrarre alle famiglie i propri risparmi/averi per ripianare il debito!

    Una prospettiva allettante, non c’è che dire!
    Soprattutto alla luce del fatto che dal giorno immediatamente successivo tutto riprenderà come prima, anzi peggio visto che a quel punto si potrà largheggiare con le spese.

    RE Q
  2. #2 scritto da citta ideale il 29 novembre 2016 16:14

    Qui il referendum non l’abbiamo preso in considerazione.
    Si è cercato di dare una descrizione della situazione del Paese,
    perché degli aspetti del debito pubblico non si parla e delle conseguenze ancora meno.

    Che tutti i Cittadini,
    continuando la gestione del paese nella sua incapacità di mettere ordine nel bilancio,
    aumentando ogni anno il debito e gli interessi,
    si trovino un bel giorno a dover far fronte al debito pubblico.

    è nei fatti e dipende da tutti, governanti e politici.
    Dovrà compierlo il governante (con il suo parlamento,
    che sarà in carica quando si fosse giunti al capolinea.

    Renzi non lo fa o non ci riesce ; come i precedenti: di certo non è meglio.
    Può essere perché tutti coloro che si sono succeduti negli ultimi vent’anni
    Sono inguaribili spendaccioni e distributori delle nostre tasse alla casta e aggregati

    Può anche essere, però, che sia il sistema odierno che condiziona e obbliga a spendere per venire incontro a tutti.
    per questa ipotesi, solo ipotesi, non certezza,
    le modificazioni messe in campo, che accentrano le decisioni e rafforzano la maggioranza agganciata al premier
    (qualsiasi premier venisse eletto)
    può essere funzionale il cambiamento.

    Può essere ma, come ci dice il detto lombardo (ma anche emiliano)
    putòst che gnént, l’è mèi putòst…

    buona giornata

    RE Q
  3. #3 scritto da Andrea D. il 29 novembre 2016 20:26

    Condivido l’analisi dell’Istituto Bruno Leoni la quale,
    però non c’entra nulla con la riforma in discussione.

    Non si fanno passi avanti perché la direzione presa è quella sbagliata e non ci sono santi che tengano.

    Per il resto, ribadisco per l’ennesima volta, ma non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire,

    non c’è nulla di quel che dici nella riforma e anche quel po’ di parvenza (parvenza nulla più perché siamo e restiamo una repubblica parlamentare e si passera dall’influenza delle coalizioni a quella delle correnti) che c’è col combinato disposto riforma/legge elettorale, sparirà il giorno dopo il voto (VEDI).
    Piuttosto che peggio, meglio stare fermi! NO, grazie!

    RE Q
  4. #4 scritto da citta ideale il 29 novembre 2016 21:10

    Combinazione, o empatia?

    ecco dall’editoriale odierno dell’Istituto Bruno Leoni:
    l’Italia si sta distanziando sempre di più, in negativo, rispetto alla performance media dei paesi dell’Unione europea e dell’Eurozona se si prende a riferimento l’insieme di componenti chiave come la crescita del prodotto interno lordo, l’occupazione, il rapporto deficit/Pil e debito pubblico/Pil, il rapporto fra bilancia dei conti correnti e prodotto interno lordo.

    e queste le considerazioni che seguono:

    La politica italiana non è necessariamente ferma e immutabile: può anche avere momenti di iperattività. E nondimeno, in un caso e nell’altro, fatica a schiodarsi dall’idea che l’economia e la crescita economica abbiano bisogno di uno Stato che distribuisca ricchezza, decida dove investire, sposti le spese da una voce all’altra, che non riesca a ridurre la spesa pubblica perché pensi vi sia un solo modo, la copertura universale, per garantire le voci maggiori di spesa, i cosiddetti diritti sociali.

    ……

    Riflessioni che devono far riflettere

    RE Q
  5. #5 scritto da citta ideale il 29 novembre 2016 21:25

    Andrea sei tu da solo che continui a legare in modo esplicito sia questo post,
    che l’analisi dell’Istituto Bruno Leoni,

    come fosse l’intento di Città Ideale,
    sollevare una polemica a favore del Referendum.

    In effetti dal post e dall’analisi
    si può dedurre un’esigenza di uscire da questa situazione di serena incoscienza che persevera nel deficit andando a gonfiare un debito insostenibile.

    Forse che di questo tema reale adesso non è opportuno parlare?
    Continuare a tenere la testa sotto la sabbia?

    Buona serata

    RE Q
  6. #7 scritto da Andrea D. il 29 novembre 2016 21:51

    Ho letto il post prima di fare il commento, deve essere apparso per errore mentre era ancora in fase di stesura.

    Condivido le premesse e il quadro generale, solo che la soluzione non può essere questa riforma.

    Se dovesse passare c’è il rischio che per decenni,
    con un senato che non si scioglie e non si elegge, nessuno, anche volendo,
    sia più in grado di cambiare questo disastro!

    RE Q
  7. #8 scritto da citta ideale il 29 novembre 2016 22:29

    Buona sera Roberto,

    L’articolo non è una analisi economica, a nostro parere.
    Elenca paesi che sono esterni all’UE e, per una condizione o l’altra, sono autonomi nella gestione dei cambi monetari nazionali.
    L’Italia è un leader con un primato semicentenario della svalutazione dall’intento competitivo:
    > ha l’effetto che alla fine di ogni anno si riduce il potere d’acquisto di chi vive di reddito da lavoro o pensione; facendo loro pagare i deficit;
    > aumenta la conflittualità nelle relazioni sociali, con sacrificio della capacità di produrre benessere, sempre a carico loro;
    > riduce lo sforzo competitivo basato sugli investimenti perché la leva della svalutazione è più semplice e comoda. Si perde competitività internazionale

    Se oggi uscissimo dall’UE tornando alla lira, sarebbe un dramma inenarrabile:
    > Una svalutazione improvvisa dal 25 al 40%;
    > le banche (che hanno i pancia miliardi di debito pubblico, improvvisamente svalutate altrettanto, fallirebbero quasi tutte

    la soluzione è fare quello che facciamo tutti a casa nostra:
    > spendere in misura almeno eguale alle entrate, possibilmente superiore, riducendo le tasse;

    Il debito pubblico che abbiamo, o lo rimborsiamo almeno per un terzo (700 miliardi), in dieci anni, oppure:
    > uno dei governi futuri dovrà fare un prelievo forzoso improvviso di una cifra analoga

    Vedi tu quale può essere la cosa giusta da fare

    buona serata

    RE Q
  8. #9 scritto da citta ideale il 29 novembre 2016 22:41

    Il problema che affronta questo post è ora condiviso,
    almeno in linea di massima.

    Cerchiamo allora:
    > di diffonderne i contenuti perché entrino a far parte più presente della coscienza della situazione che stiamo vivendo;

    e che Dio ce la mandi buona….
    ma soprattutto che le scelte di noi cittadini (l’una o l’altra) siano tali
    da far uscire il paese da una politica fatta di spese sopra le nostre possibilità

    buona serata

    RE Q
  9. #10 scritto da Andrea D. il 30 novembre 2016 00:07

    Se oggi possiamo respirare è perché
    grazie all’Euro (e a Draghi alla BCE)
    paghiamo interessi sul debito pubblico bassi come non mai!

    Se avessimo la Lira (fuori dall’Euro) avremmo due strade:
    dichiarare fallimento, con conseguente fallimento a catena del sistema bancario e impoverimento netto delle famiglie oppure
    monetizzare il debito stampando moneta, con l’inflazione che schizzerebbe alle stelle,
    per la gioia di lavoratori dipendenti e pensionati
    (coloro che vivono del reddito fisso e si troverebbero davvero a mal partito, ndr).
    Provare per credere!

    RE Q
  10. #11 scritto da Roberto il 30 novembre 2016 12:11

    Io incomincerei a lasciare a casa dall’oggi al domani
    un milione di dipendenti statali incominciando dai furbetti del cartellino timbrato e che poi vanno a fare i cavoli propri….
    altro che prelievo forzoso….!!

    Non ho capito…uno lavora onestamente , risparmia e mette da parte…. e lei propone il prelievo forzoso ?

    Mi è diventato comunista…?

    RE Q
  11. #12 scritto da citta ideale il 30 novembre 2016 14:32

    Nossignore Roberto, stia tranquillo.

    L’analisi che porta a essere costretti a un prelievo forzoso, se non riusciamo a mettere ordine ai nostri conti,
    è un’analisi economica.
    Non obbligata, ma è lì…
    e noi in Italia non ci siamo troppo lontani.

    Chi si trovasse su, di fronte a scenari internazionali carichi di incertezze e criticità:
    > qualche altro fallimento minore (ad esempio il Portogallo);
    > i tassi d’interesse che salgono oltre il 3%
    > barriere doganali d’altri stati che riducono le possibilità d’export al made in Italy
    ecc. qualcuno o di tutto un po’ (sono fatti che non capitano mai da soli)

    ebbene, quel premier che lì si trovasse,
    non potrebbe far altro, sarebbe il male minore
    L’uscita dell’Italia dai mercati monetari sarebbe molto peggio

    Parliamo invece dei costi pubblici: uno dei fattori, ma non l’unico,
    è certamente il numero dei dipendenti pubblici.
    Non si può farlo dalla sera alla mattina…
    la Thathcer ci mise dieci anni; 100mila l’anno… con un piano di ricollocazione, prepensionamenti e altre forme di reimpiego.

    Vi sono però sacche enormi di inefficienza, che non si riesce a sistemare per i condizionamenti dei partitini, gruppetti e altro.
    La spending review è sempre lì da fare…
    Perché un premier possa farla, deve avere la forza, il potere
    di non subire sgambetti e essere mandato a casa…

    Una ragione non da poco per non lasciar andare l’opportunità di un rafforzamento del Premier

    buona giornata

    RE Q
  12. #13 scritto da Andrea D. il 30 novembre 2016 21:03

    Roberto io non propongo nulla,
    ti riassumo cosa accadrà qualora l’Italia dovesse decidere o fosse costretta a uscire dall’Euro:
    fallimento (improbabile, ma se fosse, sarebbe una stangata per le famiglie),
    riduzione forzosa del debito (cioè stangata per le famiglie)
    o monetizzazione dello stesso con conseguente inflazione (cioè stangata per le famiglie) o, più probabilmente,
    un mix delle ultime due (cioè stangata per le famiglie).
    Scegli tu.

    Lasciare a casa un milione di dipendenti pubblici?
    Si potrebbe, certo, ma con quali tempi e modi?
    Con che conseguenze, economiche e sociali, nel breve e nel medio periodo?
    Quale l’impatto sui consumi interni,
    sul PIL e,
    di conseguenza,
    sulla produzione industriale e sulle aziende?

    RE Q
  13. #14 scritto da citta ideale il 30 novembre 2016 23:58

    Un taglio della spesa pubblica comporta in ogni caso una riduzione immediata del PIL..
    sono richiesti due o tre anni perché si possa ripartire,
    sul presupposto però che questi minori costi si trasformino in riduzione delle tasse e in investimenti

    nel breve termine, se chi governa non dispone di un potere forte,
    viene drasticamente fatto oggetto di tutte le colpe delle criticità del breve termine
    e finisce anticipatamente il suo mandato…

    buona notte

    RE Q

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