La storia nostra va conosciuta e preservata: a Buccinasco, e non solo

Questa riflessione prende le mosse da vicende di questi giorni, stimolate da un quadro (che non conoscevamo, neppure il pittore) riprodotto su fb da Flavio Turin. Qui ne abbiamo ripreso uno affine, per non ripeterci, l’immagine descrive le condizioni di lavoro a Boffalora Ticino nel 1828: una filanda che aveva 150 dipendenti. Quali fossero le condizioni di lavoro, ecco come sono descritte su Wikipedia:

Il lavoro della filanda era svolto principalmente da giovani donne e da bambine, che venivano chiamate filerine, filandere o filerande. I turni erano pesanti, potevano arrivare da 12 a 16 ore al giorno con durissimi controlli sulla quantità e qualità del prodotto lavorato; le filerine venivano multate se non rispettavano tali turni. Il lavoro faticoso e malsano (per via dei vapori delle vasche), le mani tenute nell’acqua calda (80 gradi), la polvere, i salari da fame: per aiutarsi a sopportare queste dure condizioni le filerine cantavano in coro.

L’autore che ne da la descrizione appare con tutta evidenza condizionato da cultura  socialisteggiante, di classe. Togliamo pure aggettivi e avverbi: le condizioni di lavoro della prima industrializzazione sono state queste. Eguali in Inghilterra, Germania o Francia, il presupposto dell’industrializzazione è passato per l’accumulazione originaria del capitale, presupposto indispensabile perché l’economia prevalentemente agricola e mercantile diventasse produzione massiva, di serie, industriale.

Da questa fase sono passati tutti, nel mondo occidentale due secoli fa; dopo 200 anni, il terzo mondo ne è coinvolto adesso: le descrizioni di sfruttamento che oggi a noi paiono inumane e così le descriviamo nei paesi in cui ciò avviene ancora, vanno considerate anche per la componente di sviluppo di cui sono il presupposto, così come avvenuto da noi. Per i bimbi e ragazzi si tratta comunque una condizione meno disperata della precedente, una possibile via di crescita, di uscita dalla fame e dalla miseria nera.

Va bene così? Lasciare che prosegua? La storia ci insegna che la sensibilità e l’istinto a migliorarsi dell’uomo anticipa, spinge l’evoluzione, si da obiettivi e si impegna perché giungano il prima possibile. Volere l’evoluzione verso il miglioramento delle condizioni dell’uomo fa parte della nostra natura, nel senso forse più nobile. La storia però non possiamo dimenticarla o far finta che non sia stata.

Un esempio a Buccinasco può prendersi dalla vicenda del Castello. Termine che non è proprio coincidente con la destinazione originale della costruzione: residenza di caccia degli Sforza e poi dei Visconti (che l’anno ampliata e ristrutturata). Funzione che poi si trasformò di fatto nella casa nobile della corte di Buccinasco (la corte del luogo che poi ha dato il nome alle sei o sette corti che hanno formato il nostro comune).

Buccinasco Castello è stata ed è una tipica corte: l’insieme di costruzioni intorno a una grande aia, ove abitavano alcune decine di famiglie, quelle patriarcali che andavano dal capofamiglia: prendendo tutti,  nonni ai nipoti, i figli, ciascuno con la propria famiglia e figliolanza. Un corte come molte di Lombardia e nella pianura padana.

Da qui si deve partire se, pensando al luogo, nel ragionare a un’ipotesi di restauro conservativo. Si deve più giustamente dire “si dovrebbe” poiché nella nostra Italia i restauri conservativi sono uno di quei termini che nobilitano operazioni nelle quali diventa prevalente il risultato economico del “restauro”. Anche qui non bisogna eccedere nel purismo, ma proprio per questo i limiti culturali bisogna considerarli, rifletterci a fondo.

Non è detto che qualche percento di utilità in più giustifichi ogni cosa.Occorre misura e cultura (che non è automaticamente posseduta dall’assessore di turno). Il restauro conservativo del Castello (nella versione del commissario Iacontini) si reggeva su un assunto indispensabile: il Castello era restaurato e affidato  alla provincia, quindi al Comune. Ciò che ne è venuto fuori con la nostra attuale Giunta  è uno sconcio.

Tanto assurdo che mantiene la definizione di restauro conservativo, ove si lottizza e modifica la destinazione a tutta l’area, tranne il Castello, che rimane com’è, destinato ad andare in rovina. La società proprietaria ottiene la modifica e l’operazione immobiliare senza alcun apporto, lasciando il Castello da sistemare. Al riguardo non ha più obblighi ( se si farà sarà a spese del comune, con i nostri soldi).

Queste le conseguenze di amministratori che della storia di Buccinasco si sono dimenticati, che sul nostro passato non hanno avuto la sensibilità necessaria per capire dove stavano mettendo mano, accontentando qualcuno, forse,  dimentichi della Comunità e della sua Storia. Lassisti perfino sull’interesse economico del comune. Del resto che è senza passato, chi lo dimentica, non avrà mai un futuro.

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