Il lavoro e l’Italia: incontro fra esperti e imprenditori

Ieri abbiamo assistito a  un incontro condotto da docenti e specialisti del lavoro e la platea composta da un trentina di imprenditori. Un po’ come mettere vicini fiammiferi e una bottiglia d’alcool. Dato il tema non poteva essere diverso da come è stato l’incontro. Che racconteremo, come si è sviluppato.

Parliamone allora. Il relatore, docente a Bergamo e conduttore di un gruppo specilistico che si rifà a Biagi (quello ucciso da terroristi a Bologna). Un discorso tecnico interessante quanto a competenza. Una descrizione delle scelte governative con i loro limiti; cinque riforme in cinque anni, la fatica nel costruire un piano studio lavoro davvero efficace, ecc.

Insomma: l’effetto che se ne ricava è un girare intorno al problema lavoro con piccoli ritocchi, qualche boccata d’ossigeno, una semplificazione delle complicatissime normative. Utile ma questo non è il problema d’oggi. Forse se ne rende conto lui stesso, quando qualcuno degli imprenditori comincia con le domande che vengono dalla situazione delle imprese.

Come posso assumere se il lavoro va e viene quasi mese su mese? A chi devo chiedere per trovare nuovi mercati, esportare prodotti in un mondo competitivo acceso? Come faccio a pagare il 60, 70% di imposte, contributi, tasse nazionali e comunali ? In queste condizioni come posso programmare  investimenti o crescita? Come è possibile che su una quantità di capannoni sfitti perché le imprese si riducono, debba pagare IMU mentre non ho entrate? Ecc.

Poi vengono le analisi: in Germania vent’anni fa hanno tagliato il welfare con l’accordo di tutti, il governo ha tolto tasse e regalato fabbriche e capannoni a Est, per 5 anni, pur di crescere. Se il governo non ci viene incontro come possiamo programamre investimenti? Come mai a Londra hanno pianificato in dieci anni la riduzione di unmilione di dipendenti pubblici mentre in Italia siamo fermi e l’informatizzazione non va?

Come è possibile che in Lombardia con 10 milioni d’abitanti i dipendenti della regione sono tremila e in Sicilia con 7milioni la regione ne ha 30mila di dipendenti? Perché in Lombardia il 54 delle tasse raccolte sul territorio va a Roma per coprire le regioni in deficit? Perché il SSN Lombardo è in pareggio mentre tutte le altre regioni producono un deficit complessivo di 19 miliardi l’anno?

Informati gli imprenditori: concreti quanto mai, pongono la questione vera. Il lavoro quello vero, cresce con le imprese che fanno reddito, reinvestono e aumentano occupati: da qui e solo da qui viene il lavoro. Solo così si riduce la disoccupazione giovanile, aumentano i consumi, cresce il PIL. Solo così possiamo uscire dal deficit e ridurre il debito pubblico.

Alla fine il conduttore del dibattito ne prende atto e viene fuori con la verità che di solito non si racconta, che non viene detta: programmi di risistemazione richiedono tempo medio lungo mentre il sistema italiano ha una elezione ogni anno e il sistema dei partiti ha inevitabile obiettivo di consenso. Le riforme inizialmente impopolari non le faranno mai.

L’unico modo per venirne fuori,  conclude il relatore: che finalmente un politico parli chiaro al paese dicendo che i sacrifici bisogna farli e che in 5 anni la ripresa sarà possiible e il lavoro ritornerà senz’altro. Un po’ ottimistico dice che oggi ci sono le condizioni perché un discorso fatto in modo onesto e convincente oggi avrebbe possibilità di successo… non dice nomi ma afferma che in altri paesi è andata così.

FINIRE CON GLI SPRECHI E I MANTENUTI

SPESA DELLO STATO DA RIDURRE

RIDURRE LE TASSE E INCENTIVARE

L’IMPRESA CHE ASSUME

  1. #1 scritto da Miserabile di Montecristo il 7 maggio 2016 11:39

    Triste verità, ma non è che una deriva autoritaria con l’uomo solo al comando sia garanzia di riuscita, tutt’altro!

    La storia (il limite temporale, ndr) del cinque anni, poi, è decisamente sopravvalutata.
    Cinque anni, per un governo che non sia una dittatura autoritaria basata sul terrore, sono il minimo necessario, ma non sufficiente.

    Alla Tatcher in Gran Bretagna di mandati ne sono serviti due e quando ha lasciato, o meglio quando gli inglesi hanno deciso che fosse ora di cambiare, il percorso era ancora a metà strada.

    Certo, finché si vive con l’orizzonte temporale dei sei mesi e si fa politica per “acquistare” il consenso non si può pensare di marciare nella direzione giusta.

    RE Q
  2. #2 scritto da Città Ideale il 7 maggio 2016 12:19

    Buon giorno Miserabile di Montecristo,

    Il tema viene affrontato e si va al concreto per merito degli imprenditori presenti.
    Imprenditori non istituzione (Confindustria) ma realtà vera, quotidiana,
    delle imprese nel milanese…
    Che fa rilevare nei suoi secchi interrogativi:
    > quanto tuttora sia rilevante la fatica di reggere, di far quadrare i conti;
    > la responsabilità tutta politica di uno Stato che costa troppo e l’estrema difficoltà di questo sistema nel tagliare sprechi e rami secchi;
    > l’assenza di questi temi dal sistema dei media, quasi totale
    > l’inadeguatezza di Confindustria, ridotta a conventicola per chi è dentro, nello scambio di favori con chi governa;

    Gli imprenditori devono per parte loro scuotere la pianta politica del paese,
    facendo davvero rappresentanza di categoria che metta il Paese di fronte alla realtà,
    che si proponga con uomini e programmi, come alternativa al “sistema gattopardo”
    incapace di riformarsi.

    buona giornata

    RE Q

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