Europa degli interessi nazionali: ne vale davvero la pena ?

Il 2015 è stato un anno chiave per l’Europa. L’evento madre che ha fatto emergere la situazione vera, concreta dell’assetto attuale dei Sei Paesi Fondatori, poi i Diciannove della Zona Euro, poi i Ventotto a formare gli Statu Uniti d’Europa, più i cinque candidati ad entrarvi. Quest’elenco è l’Europa in fieri, ma per ora siamo a una rappresentazione.

Sceneggiata per il futuro; nel 2010 a Lisbona la Commissione Europea ha deliberato il progetto degli Stati Uniti d’Europa per il 2020, basato sui seguenti capisaldi obiettivo:

  1. Occupazione: innalzamento al 75% del tasso di occupazione per la fascia di età compresa tra i 20 e i 64 anni;
  2. Ricerca e sviluppo: aumento degli investimenti in ricerca e sviluppo al 3% del PIL dell’UE
  3. Cambiamenti climatici e sostenibilità energetica: riduzione delle emissioni di gas serra del 20% rispetto al 1990, 20% del fabbisogno di energia ricavato da finti rinnovabili, aumento del 20% dell’efficienza energetica (obiettivo ricordato come 20-20-20);
  4. Istruzione: riduzione dei tassi di abbandono scolastico  precoce al di sotto del 10%, aumento al 40% della fascia di età 30-34 anni con un’istruzione universitaria;
  5. Lotta alla povertà e all’emarginazione: almeno 20 milioni di persone a rischio o in situazione di povertà ed emarginazione in meno.

Basta rileggerle adesso, dopo gli eventi 2015, a metà strada, per capire che l’Europa federata su basi e organizzazioni comuni sugli elementi fondanti di una struttura organica che rispetta le autonomie, non è mai stata voluta, almeno dalla maggioranza. Tutti a tenersi stretto il potere proprio del proprio stato. Nessuno che neppure considera l’ipotesi di una struttura centrale che formula l’indirizzo unico per tutti.

La maledizione dell’Europa degli Stati: l’area nella quale sono nati gli Stati nazionali. Fin dalle origini, l’Europa si è costruita seguendo sostanzialmente la visione di De Gaulle. La sua definizione Europa degli Stati, appunto. Che marcava un accordo economico interno su stati nazionali, lasciando invariate le strutture nazionali, gli eserciti, la politica estera e la politica interna; le leggi fondamentali comuni. Non le vuole nessuno.

A cementare questo indirizzo di fondo:  la lunga crisi, epocale, destinata a durare un decennio almeno, se non di più. La crisi rende tutto più difficile, porta le coalizioni al potere a attribuire all’esterno le responsablità della crisi, rende molto più onerosi i costi di una trasformazione che normalizzi i principi fondanti.

Quindi si rafforzano le politiche nazionali. Il “valore Europa” diventa più debole. Non si riesce a costruire una struttura comune neppure per l’ordine pubblico (l’equivalente dell’FBI con compiti di controllo alle frontiere, divenute comuni). L’evoluzione verso l’Europa Unita oggi è una chimera e non esiste nessuno che possa oggi seriamente proporre un piano di avvicinamento e normalizzazione entro l’Europa.

Se questo è lo scenario, diventa strategico per ciascun paese fare il bilancio di quanto è il ritorno dal mercato europeo e quali le penalizzazioni allo sviluppo, che i parametri economici obbligano, stando dentro. Vien subito alla mente l’anomalia del Sud Europa (Italia, Spagna, Grecia, Portogallo, ma anche Francia), fatta di paesi che sulla svalutazione competitiva hanno basato il loro sviluppo, cui diviene difficile, quasi impossibile mettere i conti in ordine, salvando la parità monetaria.

Città Ideale è da sempre convinta del vantaggio strategico che viene dal rigore e dal pareggio di bilancio. Tuttavia questo sforzo, faticosissimo per la politica da attuare, per almeno un quinquennio, appare meno praticabile della svalutazione competitiva che fa ripartire l’export e la capacità produttiva, ridottasi in Italia di quasi il 25% in quindici anni (anche a causa della crisi mondiale, mentre però i paesi forti sono cresciuti).

Bene che i nostri politici riflettano sul tema e adottino una politica di graduale sganciamento dall’euro (e dall’Europa), finché ciascuno stato nazionale fa i suoi interessi. Diversamente di rischia che ci sveniamo per ingrassare gli altri; proprio non ne vale la pena, perché così facendo radichiamo negli altri le posizioni rigide che si oppongono all’integrazione, che ridurrebbe le loro condizioni di vantaggio attuale.

Una bella riflessione, relativa questa al Regno Unito, ci viene segnata da un articoletto intervista a Lorenzo Bini Smaghi (VEDI) che, pianamente, in forma indiretta ma coerente, ci sembra ribadire questa tematica attuale.

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  1. #1 scritto da Miserabile di Montecristo il 23 febbraio 2016 17:11

    Quanti spunti per approfondimenti e discussioni su temi d’attualità
    che troppo spesso non vengono presi in considerazione dai media o vengono trattati parlando alla pancia e non alla testa degli spettatori.

    La questione euro e moneta nazionale, ad esempio, non è affatto semplice e scontata.
    L’euro e la sua quotazione sono la media tra la competitività dei vari Paesi e, come i polli di Trilussa, c’è chi ne mangia due, la Germania, e chi nemmeno uno, l’Italia, ma la media fa uno a testa.

    E’ vero che fuori dall’euro potremmo svalutare, recuperando competitività, anche se questo comporterebbe un prezzo da pagare in termini di peggioramento del paniere di beni disponibili per le famiglie, ma come finanzieremmo il nostro debito con una valuta nazionale debole? In che valuta?
    A che tassi?
    Con quali conseguenze per il Paese?
    Potremmo svegliarci con una profonda recessione, un’alta inflazione, un peggioramento globale della soddisfazione dei cittadini e scoprire che si stava meglio quando si stava peggio.

    L’Europa è, troppo spesso, un accozzaglia di norme burocratiche con accordi fatti per mediare tra interessi molto distanti tra loro e che sovente si traducono in norme kafkiane e poco efficaci.
    Si pontifica, a livello astratto e puramente teorico, dei massimi sistemi, ma poi, quando si presentano le prime difficoltà pratiche, si veda la questione profughi, si fa tana liberi tutti e si scordano le regole tanto pomposamente modellate.

    Meno prosopopea e più pragmatismo consentirebbero di affrontare le criticità con più efficacia.
    Trump propone un muro per tener fuori gli immigrati, ma lo propone tra gli USA e il Messico, non ai confini del Texas!
    Noi chiudiamo le frontiere interne.
    Patetici.

    L’esito del referendum britannico non è per nulla scontato, ma effettivamente un’uscita della Gran Bretagna dalla UE, porterebbe, con ogni probabilità, alla disgregazione del Regno Unito con l’indipendenza della Scozia che vuole rimanere in Europa.
    Inoltre gli effetti delle Brexit non sono così scontati e non è detto che per la Gran Bretagna l’uscita dall’Europa si riveli un toccasana e non un danno;
    ci sono già Paesi che si sfregano le mani pensando a come rimpiazzare la Gran Bretagna in caso di uscita, attraendo capitali e investimenti stranieri
    (e conseguentemente, ricchezza e posti di lavoro, che i britannici perderebbero).

    Un capolavoro il refuso sulle energie “finti rinnovabili”.
    Da incorniciare.

    RE Q
  2. #2 scritto da Saccavini il 23 febbraio 2016 17:34

    Un percorso che ve verso l’uscita,
    o meglio che raffredda il modo di procedere attuale,

    richiede un accordo e un tempo che si può misurare in qualche anno.

    nel frattempo si possono predisporre le misure necessarie
    per tornare con la lira
    (oppure con una moneta del Sud Europa)
    che oscillano e acquistano competitività all’export.
    Complicato, con variabili che richiedono una messa a punto minuziosa

    ma se i nostri partiti padroni non se la sentono di adottare un piano che riduca il debito pubblico
    entro questo sistema,
    non ci si può rassegnare a fare da punching ball
    con paesi che sulle nostre difficoltà ci campano sopra e arricchiscono.

    da preferire una politica economica seria che rimetta il paese in sesto in tre o quattro anni di magra;
    non abbiamo i soggetti politici che questo piano possano rappresentarlo
    ottenendo la fiducia della maggioranza del paese.

    Questa è la situazione che abbiamo davanti Miserabile di Montecristo…

    buona giornata

    RE Q
  3. #3 scritto da Miserabile di Montecristo il 23 febbraio 2016 23:18

    Con i tassi attuali (un differenziale, il famoso spread, molto contenuto rispetto ai Bund tedeschi), l’euro, tutt’altro che perfetto, è ancora conveniente (si perde in competitività anche perché non si è in grado di fare le riforme e liberare le energie del Paese, ma si guadagna sugli interessi, bassi, da pagare sull’enorme debito pubblico accumulato), se i tassi dovessero riprendere a salire, allora sarebbe necessario uscire.

    In ogni caso, se non si fanno le riforme indispensabili per far ripartire il Paese,
    riforme che non si vedono nemmeno ad un orizzonte molto lontano,
    dentro o fuori dall’euro cambia poco,
    l’Italia è destinata al fallimento,
    è solo questione di tempo.

    RE Q
  4. #4 scritto da Saccavini il 23 febbraio 2016 23:31

    Solo questione di tempo Miserabile di Montecristo,
    solo questione di tempo: prima dell’impatto con l’iceberg.

    In buona sostanza, l’arbitraggio che va valutato, in una articolata e prolungata temporalità, fra:
    > tirare la cinghia in vario modo per un tre o cinque anni riconducendo il debito pubblico sotto il 100%
    (qui a pagare sarebbero un po’ tutti, tenendo la mano leggera con le categorie più deboli e alleggerendo il cuneo fiscale alle imprese per rilanciare competitività e sviluppo)

    > uscire dall’euro in forma concordata, adottando un processo di svalutazione che riduce l’ammontare reale del debito pubblico.
    (la tassa più ingiusta che c’è perché fa pagare alle categorie più deboli, poco patrimonializzate, che vivono di reddito da lavoro, l’impoverimento della stretta inflattiva)
    Questa seconda modalità ha però il vantaggio politico di essere più digeribile politicamente; dagli attuali partiti padroni.

    Preferibile la prima opzione, però….
    L’esigenza del momento è prendere il toro per le corna e darsi un piano di uscita….

    siamo invece fermi, maledettamente fermi, come un veliero del settecento con bonaccia del capricorno,
    le vele che desolatamente sbattono,
    le scorte alimentari che si riducono,
    le botti dell’acqua pure
    e non si vede all’orizzonte una nuvola che sia una….

    Intanto nel quadrato ufficiali il capitano e il medico di bordo
    suonano in due uno dei quartetti di Boccherini…

    buona serata

    RE Q
  5. #5 scritto da Saccavini il 25 febbraio 2016 10:49

    Città Ideale anticipa i temi?
    Non sempre ma in alcuni casi accade:
    Un documento presentato da Padoan all’Europa, ove l’Italia sostiene (senza nominarla) la svalutazione monetaria come sistema per affrontare l’indebitamento pubblico.

    Un documento agile, appena 9 pagine, scritto in inglese, in cui il Governo italiano immagina un’Europa che ancora non c’è, in cui i rischi vengono condivisi ed in cui la convergenza delle politiche economiche si fa più con le riforme e gli investimenti che con l’osservanza dei parametri di bilancio.
    La riflessione parte dalla constatazione della gravità della crisi, che sta durando oltre ogni previsione, e dalla necessità di adeguare gli strumenti disponibili al nuovo contesto.
    Occupazione, produzione industriale ed investimenti sono ancora lontani dai livelli pre crisi, la diseguaglianza è in aumento, crescono disaffezione e populismo, un mix micidiale che sta portando i cittadini europei a non vedere più alcun vantaggio nell’essere parte dell’Unione. Ovunque una visione miope dell’interesse nazionale rischia di prevalere, si legge, rendendo i problemi ancora più difficili da risolvere. Per il governo italiano l’Europa resta ancora la migliore opportunità per uscire dalla crisi, a condizione, però, che alcune importanti riforme vengano intraprese.
    Questa situazione, secondo il governo italiano, e la prospettiva di un lungo periodo di bassa crescita e inflazione vicina allo zero, devono indurci ad un ripensamento del fiscal compact. Un trattato che è stato scritto in condizioni normali di inflazione e crescita, scrive Padoan, deve essere riformulato per tenere conto della dinamica dei prezzi, visto che la deflazione rende i debiti più pesanti da digerire.

    Perché i paesi più formiche devono adattarsi alle esigenze dei paesi cicale?
    Si prenda atto dell’Europa delle patrie e si riparta avendo il coraggio di cavarsela da soli, senza chiedere elemosine impossibili.

    L’alternativa è applicare il fiscal compact: non facile da far digerire agli elettori, certo.
    Chi governa non può pretendere di fare solo scelte comode!
    Le esigenze reali del paese, sono un imperativo categorico!

    RE Q
  6. #6 scritto da Miserabile di Montecristo il 25 febbraio 2016 16:54

    Non ho trovato riferimenti in merito al citato documento di Padoan (si può avere il link?), ma parlando di svalutazione monetaria, a naso, credo si riferisse a una certa dose di inflazione che erodendo il capitale rende più leggero lo stock del debito (di fatto una tassa patrimoniale sul risparmio, ma occulta).

    RE Q
  7. #7 scritto da Città Ideale il 25 febbraio 2016 17:07

    Confermo l’impressione di Miserabile di Montecristo…

    Padoan mai avrebbe messo su un documento ufficiale una richiesta esplicita di una politica inflazionistica, stampando più moneta, indebitando i paesi .
    Si deduce per esclusione:
    quando si auspica l’abbandono del fiscal compact perché in condizioni deflattive il debito diventa rigido e non si riesce a diminuire;
    quando si accampano criticità sociali e sfiducia verso l’Europa, con scollamenti a crescere,

    la ricetta alternativa, comunque ridipinta, è svalutare il debito con i deficit
    (sperando, ma su questo non si sofferma, che il costo degli interessi non aumenti)

    ecco il link individuato:
    http://www.rai.it/dl/docs/1456154316893Shared_Policy_Strategy.pdf

    in inglese su carta intestata del Ministero Economia e Finanza

    buona giornata

    RE Q

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