Bilancio del comune, il DUP e …. parole, parole…

Il bilancio del Comune la cui struttura è per legge definita dallo stato, sta registrando alcuni cambiamenti, probabilmente a seguito di indirizzi europei. Esempio viene introdotto l’obbligo  di stanziare fondi sulla svalutazione dei crediti, si sta passando dalla gestione per cassa (inserisco un fatto quando c’è entrata o uscita) a quella per competenza (il fatto va a bilancio per il periodo in cui ha effetto).

Per cui adesso si dovranno inserire ratei e risconti. I lettori che di bilancio sanno qualcosa rideranno, che il Comune applichi adesso i principi di contabilità doppia diffusi nella Toscana del Trecento (l’immagine è di Francesco Datini da Prato, anno 1350, inventore dell’assegno): Incredibile. Comunque siamo ancora all’ABC: il bilancio resta sempre monco: manca lo stato patrimoniale!

Il giorno dieci Febbraio si terrà il primo Consiglio del 2016 con all’odg 7 punti pesanti:  basterebbe (e avanzerebbe) il punto 5: approvazione al bilancio triennale e al Documento Unico di Programmazione, in sigla DUP. Ma i pro tempore si sono regolati in modo che le modifiche debbano essere presentate in commissione. In Consiglio i consigieri possono solo votare si o no.

Già questo modo di discutere il bilancio è poco decente (non vogliamo usare altri termini, forse più pertinenti, ma non eleganti): quando si discute il bilancio fra gli aventi titolo tutti hanno il diritto di  porre domande, proposte, cambiamenti e modifiche, che devono essere poste ai voti e gli azionisti decidono. Nel modo di oggi non si approva il bilancio ma si vota la fiducia ai pro tempore.

In questo articolo però interveniamo sul nuovo strumento impostato come obbligo dal ministero:   Documento Unico di Programmazione: DUP.   Nella introduzione così viene descritto:

… non è un allegato al bilancio ma ne costituisce un presupposto essenziale, con il quale sono definite le linee generali di indirizzo politico-amministrativo.

Senza intrattenerci nei contenuti, dal carattere tecnico normativo, vogliamo motivare la nostra posizione, basandosi sul termine ”programmazione”. Programmare significa (estrapoliamo da Treccani):

…..consiste nello studio di tecniche e strumenti per risolvere problemi di ottimizzazione, nei quali cioè ci si propone di scegliere la situazione migliore tra varie possibili; più precisamente, la determinazione del massimo (o del minimo) di una funzione …. funzione obiettivo sottoposta a uno o più vincoli espressi a loro volta da equazioni o disequazioni lineari.

Detto in altri termini, programmare significa prima di tutto stabilire lo stato dell’oggi e dei suoi andamenti precedenti, individuando gli impieghi unitari, le unità obiettivo e il loro modificarsi, il costo relativo. Su questa base si prospettano le analisi attese e gli obiettivi (senza obiettivo unitario non c’è programmazione).

Forse in questa prima stesura non ci si è resi conto di cosa richiede il ministero. Sono state stese ben 26 pagine solo per la Sezione Strategica, nella quale per ciascuno dei Settori si è delineata la “strategia”. Neppure uno schema, un valore unitario, un valore storico triennale che motivi le scelte. Nulla di nulla (VEDI, per chi avesse la pazienza di leggersi il bla bla).

Paradossale che gli unici due prospetti sono preliminari con dati derivanti dall’ISTAT: il numero dei residenti e la loro suddivisione per fasce di età, la situazione reddituale per ben 14 anni precedenti. Mentre sui costi dei vari servizi, del Settore… , come sia evoluto nel periodo il costo unitario in meglio o in degrado, per poi motivarne le ragioni e quindi indicare gli intendimenti per fare meglio, per superare le criticità, ecc.

DUP ? Nulla di nulla

Ripetiamo. 26 pagine di parole ove ogni Settore dice che farà meglio (meglio di quando, di quanto? Perché non di più, o di meno?). Insomma, un primo documento che sa di vecchio, di inutile, risolto burocraticamente, senza una virgola in più, nulla di diverso rispetto al bilancio precedente. In queste condizioni nessuno, forse neppure gli estensori, sono in grado di esprimere una valutazione seria sul bilancio.

Non è approvabile così. Che la si faccia finita con il vecchio modo del far politica (che ha bisogno di bilanci  oscuri e ben poco credibili). Per cambiare bisogna cominciare dalla trasparenza, che nel bilancio significa numeri, prospetti, dimostrazione di come si sta andando: dimostrazione, non parole autoreferenziali del tipo “faremo meglio”. Basta, non se ne può più.

Le nostre tasse sono maledettamente serie e devono essere motivate con precisione:  perché si arrivi a pagarle come dovere, condiviso,  chi le amministra ha il dovere di rendicontare e programmare, centesimo per centesimo! Sono soldi nostri, la smettano di chiamarli pubblici. Soldi di noi Cittadini che devono essere trattati con la massima cura e prudenza! 30 milioni ogni anno: 1200 euro ogni residente! Con la fatica che facciamo a metterli insieme.

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