Globalizzazione: quando la crisi può diventare globale

L’interdipendenza fra i singoli stati che si allarga alle aree continentali, è l’evoluzione dell’economia, della scienza triste, che sembra lasciare la briglia a scelte innovative e sperimentali, ma che poi riporta, obbliga tutti a toranere con i piedi per terra. Le variabili da affrontare, vista l’interdipendenza  sono sempre più complessi. Anche andando su siti specializzati vengono esaminate questioni parziali; manca la riduzione a sistema.

Non siamo ancora in grado di impadronici delle complessità trattandole dal punto generale, per poi scendere ai comparti sottostanti o alle categorie economiche specifiche. Non solo le strutture globali che più potrebbero essere deputate (ONU, FMI, OCSE, ecc.) tendono a parcellizzare le questioni in funzione degli interessiche più sono all’interno presenti, ma nelle loro funzioni tendono a non vedere il problema che sta sopra.

Non viene mai denunciata l’assenza di un organismo più generale e specifico entro il quale confrontarsi ed elaborare studi e indirizzi globali, che bilanciano i problemi e le esigenze di stati e confederazioni. Gli interessi parziali dei più grossi sono prevalenti, fino ad ora. Tuttavia siamo giunti a un livello di integrazione che così non può essere affrontato adeguatamente mentre sta montando una crisi che può essere globale.

Sitemare una crisi globale generata dall’eccesso di finanza, per risolvere i problemi della mancata crescita del PIL nei paesi opulenti, sta dimostrando la corda. Ce ne parla e la racconta adesso il vicedirettore de ilsole24ore (VEDI)  ma allarmi similari vengono un po’ da tutti, a livello internazionale. Tutti che affrontano le criticità in chiave di casa propria.

Insomma: ormai da sette anni si sono innestate politiche di grandi stati che hanno inteso espandere il debito pubblico per immettere capitali sul mercato, in tal modo pensando di spingere la crescita, soprattutto dei consumi interni, anche negl iscambi internazionali con la componente della svalutazione competitiva che l’emissione di moneta o di debito pubblico si porta dietro.

Ciò che si sta scoprendo è la fine dell’effetto placebo delle emissioni di debito pubblico a interessi zero, o quasi. Il debito senza interessi è parificabile alla svalutazione. Soprattutto le dimensioni dei debiti pubblici hanno raggiunto  dimensioni stratosferiche che, finché si impostano politiche tradizionali di crescita della domanda interna nei paesi opulenti, non sarà possiible che si abbattano percè non ci sarà più, in questi entro questo schema una crescita del 5% l’anno o più.

La borsa mondiale quest’anno è probabilmente destinata a soffrire, la discesa non è finita e durerà a lungo. La deflazione globale che si trascina abbatte i prezzi delle materie, della domanda di beni di produzione, di prodotti e servizi. Un 1929 globale non è immaginabile su quanto può far male. Come sempre staranno peggio i paesi meno sviluppati, ma anche le economie opulente dal debito fuori controllo rischiano di esplodere.

In questo contesto di crisi immanente sono a nostro parere da considerare anche le criticità di cui al suo intern osta soffrendo l’Europa. Ne descrive una analisi interessante Zingales, ancora su ilsole24ore (VEDI), ma anche Oscar Giannino su IBL (VEDI), affronta il tema. Entrambi chiariscono che le ragioni non sono tutte dell’Italia, ma qui è un altro discorso.

Come si vede, affrontando il tema dell’articolo, siamo fini col parlare di casa nostra. I lettori ci scuseranno, ma ci auguriamo comprendano la gravità della situazione in cui siamo messi e le gravi difficoltà che il nostro Paese non affronta, a causa di una democrazia partitocratica basata sul presupposto della crescita continua per manenere il consenso. Non c’è e non ci sarà in misura adeguata a rientrare del mega debito; la bolla non scoppierà domani, forse.

Adesso non si vede via d’uscita: per avere le mani più libere dovremmo dare una sistemata al debito pubblico; cosa che nessun partito farà mai, da solo, questo il nostro dramma di oggi.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 17 gennaio 2016 14:57

    Caro Luigi, i problemi a cui fa riferimento l’articolo odierno mettono in luce la fragilità del nostro mondo nel quale, purtroppo, la politica la fa ancora da padrone (in Occidente con tutti i limiti di un sistema democratico, ma anche in Cina, dove i nodi delle “pianificazioni” decise dalla politica, che non deve barcamenarsi alla ricerca del consenso, stanno venendo al pettine).

    Viviamo nell’illusione che grazie a sapienti (o magiche) politiche di questo o quel tipo si potrà evitare di pagare il prezzo degli errori commessi. Non è vero e alla fine il conto arriverà, molto più salato di prima perché si saranno aggiunti errori agli errori.

    Il mercato si regola da solo, ma questo non vuol dire che sul mercato non si generino errori, anzi questi sono la norma: il mercato trova la strada giusta a mezzo di prove ed errori. Periodi di euforia (bolle) seguiti da periodi di depressione sono elementi imprescindibili del mercato attraverso il quale si seleziona e si impara. Come per le stagioni ad una calda e spensierata estate segue sempre un inverno più o meno rigido. Noi, invece, viviamo nell’illusione che sapienti “politici” (regolatori) possano con interventi magici farci vivere in un’eterna primavera, illusione tanto fallace quanto ingenua. In primo luogo perché nessuno, nemmeno il più geniale dei premi Nobel, è in grado di prevedere con precisione il futuro e come il mondo reale reagirà alle politiche prescelte (che quindi, nella migliore delle ipotesi possibili, sono “sparate a caso”, sperando di azzeccarci), in secondo luogo perché i politici sono ben lungi dall’essere dei geni superbi, ma sono, mediamente, dei mediocri interessati non tanto al futuro (a lungo termine, peraltro sconosciuto e inconoscibile), ma più semplicemente alla loro rielezione di lì a qualche anno.

    Prendiamo spunto, ad esempio, da una frase dell’articolo del Sole 24ore:

    l’Europa ha potuto superare la crisi finanziaria del 2008-2014 grazie alle manovre straordinarie di Mario Draghi, ma sconta il prezzo delle politiche di austerity senza investimenti anti-ciclici …

    La frase dà per scontato che i regolatori (i politici) sappiano quali sono gli investimenti anti-ciclici che favoriscano la ripresa e non finiscano, invece, tanto per fare un esempio tutt’altro che teorico, per appianare (o ridurre) il peso di investimenti (privati) sbagliati in settori saturi o maturi, magari portando a situazioni di ulteriore maggior squilibrio. Che sappiano cosa davvero verrà richiesto dal mercato nel medio termine e favoriscano i “giusti” investimenti che permetteranno di uscire dalla crisi più solidi e più forti, piuttosto che utilizzare enormi masse di denaro pubblico per favorire gli amici e gli amici degli amici che, in cambio (di immensi profitti senza rischio), garantiranno loro il consenso e la rielezione.

    Sfortunatamente il cittadino medio tende a credere alle sirene dell’interventismo pubblico, anzi vuol fermamente credere che qualche “mago” della politica riuscirà a cancellare il peso dei debiti contratti e degli errori commessi senza che vi sia alcun prezzo da pagare, e si lascia abbindolare da queste favole per bambini ripetute fino alla noia da un sistema di comunicazione servile e colluso (per interesse personale) al sistema politico. Ribadisco, in Italia si sente ancora recitare la litania delle politiche di austerity, quando dall’inizio della crisi il nostro debito è aumentato di circa 700 miliardi di euro!!!! Ogni italiano, dal neonato al centenario, ha contratto in questi ultimi anni di crisi altri 10.000 euro di debito che si vanno ad aggiungere a quelli passati (date un’occhiata al contatore in home page). Ma quale austerity?

    RE Q

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