Costituzione e referendum: tentiamo qualche chiarimento

La corsa al referendum che si terrà entro l’anno (Ottobre o Novembre), per approvare o respingere la riforma della Costituzione del governo Renzi, votata dal parlamento, sarà uno dei terreni più ricorrenti del dibattito politico; prevedibile. Si sono già costituiti i comitati per il NO, promossi da studiosi e costituzionalisti di area “progressista”.

Prima che monti il can can  nelle diverse partite che si accendono, proviamo a fare qualche considerazione. Cominciamo dall’inizio: è da cambiare la nostra Costituzione? Negarlo sarebbe sbagliato. L’equilibrio dei poteri pensato 70 anni fa conteneva un errore: la ripetizione delle funzioni Camera e Senato. Inoltre il condizionamento che limita la gestione al governo, modificata in senso più decisionista. Fin qui tutto pacifico, o quasi. Il problema è il modo: come ci si è arrivati e cosa si propone.

La riforma costituzionale contiene vari aspetti che incrementano il potere esecutivo (il governo e soprattutto il premier). Una svolta in chiave più presidenzialista non riduce la democrazia; esistono e sono in ottima salute diverse democrazie nelle quali il potere presidenziale è forte. In Europa basti pensare a Francia e Regno Unito; ma anche in America, negli USA .

Man mano che la bilancia dei poteri scende in parlamento (legislativo) devono essere rafforzati i meccanismi di controllo sull’esecutivo (governo); su questo equilibrio si basa il permanere di una condizione di democrazia almeno passabile. Questo nel nostro caso è avvenuto? Sembra più no che si; si è partiti da un potere esecutivo alquanto debole e si è quindi lavorato a rafforzarlo; con il premio dio maggioranza si è costruita una Costituzione marcata dalle esigenze dle premier.

Quindi l’attenzione è da porre oggi sull’aspetto che da la sensazione di essere stato trascurato. La situazione rispetto al paese e al “gattopardo” (il sistema di condizionamento mutuo fra i partiti per gestirsi e ripartire il potere); possiamo chiamarla la Costituzione materiale. Una gestione poco rispondente alla Costituzione: spartizione del potere fra i partiti.

Ciò che sta vivendo l’Italia oggi è una democrazia zoppa, proprio con lo strapotere del sistema dei partiti: una vera e propria partitocrazia che ha occupato tutto, che deborda verso altri poteri condizionandoli (la magistratura, ad esempio). Da qui prende corpo l’esigenza sentita di rafforzare l’esecutivo, di andare verso una repubblica presidenziale.

Se però la riforma pende troppo verso il presidente, il rischio è di consegnare la gestione del paese così debordante ora, senza cambiamenti sostanziali nei contropoteri, in un tipo di presidenzialismo di ridotta democrazia, dal forte spirito autocratico. Questo il rischio che si corre: abbiamo bisogno di efficienza ma dovrebbe essere democratica: veniamo da una democrazia ingessata e stiamo rischiando.

D’altra parte, se non si piglia al volo l’occasione, il risultato sarà restare nell’oggi: il sovrapotere del sistema partitico, almeno finché questo non finirà spazzato via da un voto antisistema. Il gattopardo che vive e pasce entro lo Stato, che ha costruito l’enorme buco del debito pubblico e che, ove riuscisse a schivare l’effetto Renzi vedrebbe rinforzato e consolidato il sistema d’oggi. Almeno per altri 3 anni, di riforma non si potrà parlare più.

In termini essenziali: siamo fra un Renzi autocratico e la partitocrazia del gattopardo. Al voto dovremo decidere cosa scegliere. Quanto al modo adottato vi è non poco da recriminare. La riforma della Costituzione doveva farla una camera elettiva ad hoc, con una rappresentanza percentuale della società. Un parlamento maggioritario governato dal sistema partiti attuale che modifica ampiamente la Costituzione è certamente non democratico.

Se poi la Camera che legifera tratta leggi  avvalendosi di un premio alla coalizione maggiore, non ha logica se poi  interviene sulle regole fondamentali della Costituzione: qui le rappresentanze che decidono devono essere corrispondenti alla società civile. I soloni che oggi criticano i risultati, anche con ragione, finiscono con il parteggiare per chi intente salvare il sistema giaguaro della partitocrazia. Un bel rebus.

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