Il crepuscolo della democrazia europea: riguarda noi in particolare

Non tutti gli stati europei sono nelle stesse condizioni: il sistema dei partiti basato sul suffragio universale obbligatorio è entrato in crisi, si vede di più in quelli più “deboli”. Quello storicamente maturato al fine di ottenere un equilibrio  fra eletti e rappresentanza sociale di masse comunque promosse a elettori, facilmente indirizzabili al voto d’istinto.  Non si vedono al momento possibilità di aggiustamento entro il sistema.

Le elezioni della Spagna rappresentano un conferma: una quota crescente dell’elettorato rifiuta la rappresentanza tradizionale dei partiti. Lo manifesta con l’astensione già da tempo ma sta crescendo l’opposizione attiva al sistema con quote rilevanti di società civile che apertamente rifiuta (a destra come a sinistra). Una lettura interessante viene da ilfattoquotidiano (VEDI).

Insomma si può individuare un percorso che, se non intervengono cambiamenti nei partiti, ed in tempi brevi, avrà il clamoroso esito di una rivoluzione, probabilmente pacifica, verso una democrazia meno delegata, con prevedibili criticità e assestamenti. I partiti finora si limitano a denigrare i nuovi arrivati, dopo aver tentato di inglobarli nel sistema. È riuscita l’operazione con Lega Nord; difficile che ora si ripeta.

I paesi più esposti sono putacaso i mediterranei: Grecia, Spagna e Italia. Paesi che sono caratterizzati da un consenso basic, elettorato meno informato e formato, partiti abituati a comprarsi il consenso facendo uso del debito pubblico. Categorie elettorali nelle quali soprattutto i dipendenti pubblici sono massa di manovra per voti di scambio sostanziali. Quindi in soprannumero, costose e poco efficienti.

In paesi del genere i partiti sono spiazzati e non riescono ad uscirne. Per mantenersi devono continuare a indebitarsi, ma sono, come si dice, alla canna del gas. Non è tanto l’Europa che obbliga a controllare il debito, quanto l’euro.  Sistemi del genere possono reggere, male, solo con politiche di tipo sudamericano, dalla svalutazione competitiva programmata; in questi anni accresciuta a due cifre.

Finita la pacchia di comperarsi i voti con effimeri aumenti e posti di lavoro elettorali. È stata possibile per un secolo nel quale l’economia dell’Occidente ha avuto una crescita quasi ininterrotta. Quando le nuove generazioni ereditavano  una realtà migliore rispetto alla precedente. Adesso si va con trend in assestamento, destinato a durare parecchio. Mancano le risorse per regalie elettorali, non si può svalutare se l’economia è in stagnazione o si riduce: ci si impoverisce.

Il sistema basato su questo modo di interpretare la delega elettorale va ripensato. E’ bene se riesce a riformarsi da solo. Bene egualmente e forse meglio se avviene dalla delegittimazione della partitocrazia malata; basata sulla corruzione. Percorso che dalla analisi che ne fa Repubblica (VEDI), non viene indicato: data la collocazione del quotidiano, sarebbe anti-sistema, indigesta, una lettura in chiave di urgenza a modificare la forma partito.

Promettere e dire cose diverse da ciò che si è costretti a fare dato il debito accumulato (quest’anno un costo di altri 80miliardi e passa), come fa il premier di oggi, è gioco di corta durata. Accumulare potere (in Italia è utile), occupando tutto, senza contrappesi, può essere molto pericoloso. La realtà dura si incarica poi di far crescere la pressione nella pentola e l’esplosione può arrivare. Abbiamo già visto cosa può succedere.

La situazione reale, non può essere che questa. Caduta la crescita continua durata un secolo, da noi non ripetibile, deve aggiornarsi il processo che porta agli incarichi elettivi. Cambiare o morire… Si può anche resistere allungando il crepuscolo, in un insieme sempre più decrepito. Col risultato di una esasperazione generale che porti al ribaltamento; conseguenza che ci si può attendere. Si spera che non si sia noi, che riguardi chi viene dopo? Ma con quali costi per le generazioni future?

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