Economia e paese: tornare alle origini per la crescita di lavoro e benessere

In mezzo agli infiniti articoli e talk show nei quali si incolpa di tutto la libera iniziativa chiedendo che sia ridotta, contratta, condizionata, diventa essenziale tornare alle origini. L’Italia riguardo all’economia è popolo di ignoranti che si distingue in Europa. In tutti i paesi cresce l’esigenza e lo spazio dedicato all’insegnamento dell’economia; noi siamo ancora praticamente a zero mentre lo stato partitocratico fa il padrone.

Diventa utile, quasi indispensabile riprendere qualche poco frequente riflessione sul tema della nostra situazione, lo stringato scorrere di cosa siamo e da dove siamo venuti . La liberà dell’ottocento è certamente realtiva al pensiero, alla sua manifestazione privata e pubblica, alla dignità dell’Uomo. La prima dignità però è stata la possibilità del Cittadino di lasciare la terra, cambiare padrone,  accumulare risorse, diventare protagonista della sua fortuna ostruendo in tal modo la strepitosa ricchezza di tutti, di interi popoli.

Ricordarcelo, capire quanto sia fondamentale incentivare l’intrapresa individuale, l’iniziativa libera con la quale ci si mettere in gioco, si rischia ogni giorno e ogni giorno si trova una soluzione. Oppure se può andar male si paga in proprio e si chiude. Aver ben presente quanto dobbiamo tutti agli infiniti impegi e sacrifici di chi, senza chiedere una lira pubblica ha rischiato ed è riuscito: questo il motore del lavoro e della crescita ininterrotta. Questa la chiave per poter recuperare e pagare l’immenso debito che ci stanno lasciando i partiti assurti a padroni delle nostre fortune.

Troppi «ricchi di Stato». E la classe media soffoca

Il capitalismo ha migliorato la condizione umana. Ma l’azione della mano pubblica produce spesso conseguenze perverse

( Alberto Mingardi – !2 Luglio 2015 Corriere la lettura). Dall’inizio dell’Ottocento a oggi, nei Paesi occidentali il reddito pro capite è aumentato da circa tre a circa 100 dollari al giorno. Due secoli fa 1’85% di noi doveva per forza lavorare la terra, per procurarsi di che vivere. Oggi l’agricoltura pesa raramente per più del 5% degli occupati (il 2% negli Stati Uniti e in Svizzera, il 4% in Italia). Eppure non abbiamo mai mangiato tanto e tanto bene.

Secondo Deirdre McCloskey, oggi l’americano medio consuma 66 volte più «cose» di quante ne consumasse a inizio Ottocento. Senza considerare i miglioramenti sotto il profilo della qualità: dalle giacche a vento che non lasciano passare una goccia d’acqua alla sicurezza antisismica. Con il Pil è cresciuta anche la popolazione. Nel secolo scorso, la mortalità infantile si è ridotta del 90%: le morti di parto del 99%.
Altrove, questo processo è più recente. È stato chiamato «globalizzazione» e fra le contraddizioni e gli abusi che inevitabilmente segnano tutte le vicende umane ha allargato la torta. Nel 1981 più della metà degli abitanti dei Paesi in via di sviluppo viveva con meno di 1,25 dollari al giorno. Nel 2010 era il 21%. Negli ultimi vent’anni il numero totale di quanti soffrono la fame è sceso dal 18,6% al 12,5% della popolazione mondiale. Il dibattito sulle disuguaglianze potrebbe chiudersi così: allargando lo sguardo.
È una discussione in buona parte paradossale. Il capitalismo, come tutte le cose, lo si apprezza quando non lo si ha. Siamo ormai assuefatti al continuo miglioramento delle condizioni di vita. Gli effetti speciali non ci stupiscono più. È normale che anno dopo anno la speranza di vita aumenti. È normale avere sempre «cose» migliori (più efficienti, meno costose, di minor impatto sull’ambiente) di prima.
Peccato che non ci sia niente di normale. Per la gran parte della storia umana, la normalità è stata la stagnazione. Davanti al grande fatto della storia moderna, a questa incredibile moltiplicazione di pani, pesci e bocche da sfamare, l’intellettuale occidentale alza il ditino. Al capitalismo rimprovera di rendere i ricchi sempre più ricchi, e i poveri sempre più poveri.

A dire il vero, il capitalismo ha inventato gli uni e gli altri. La società tradizionale era fatta di «stazioni»: uno doveva restare laddove era nato. Il denaro non determinava la classe sociale di appartenenza: lo faceva la nascita. La società di mercato ha aperto il recinto: questo è il liberalismo. La rivoluzione industriale trasforma la mobilità sociale, da fatto episodico, nella quotidianità di milioni di persone.

È cresciuta pure la domanda di «parole», grazie agli alti tassi di alfabetizzazione. Ma se la nostra è una società in cui tutti sanno leggere, non tutti leggono «le cose giuste». Il capitalismo ha messo anche le persone meno abbienti in condizione di avere una «dieta» culturale fatta di libri tascabili e film in streaming su internet. Poco, però, poteva fare per elevarne il gusto. Naturale che gli intellettuali lo disprezzino. Dal momento che sarebbe patentemente assurdo processare il cameriere per le ordinazioni dei clienti, si cercano capi d’imputazione differenti.

Le diseguaglianze servono allo scopo. Eccitano gli animi, costruiscono l’impressione che la crisi che stiamo attraversando non abbia cause specifiche (governi che hanno scialato i risparmi di due generazioni, per dire), ma sia l’inevitabile esito delle forze della storia. Chiamano in causa i nostri pregiudizi più profondi (per non intervenire sulle cause, raddrizzare gli sperperi).

Com’è possibile che la torta sia divisa tanto male? Perché non tagliare meglio le fette? La risposta «liberale» è che la torta non esiste in natura e il modo in cui le fette vengono fatte influisce sulla solerzia del pasticcere. Questo non significa affatto, ……. che i liberali considerino accettabile qualsiasi disuguaglianza. Ma il problema non risiede nella distanza fra i ricchi e i poveri: quanto, piuttosto, nel modo in cui i ricchi sono diventati tali.

Bisogna constatare che oggi alcune, strepitose fortune sono possibili non perché subiamo un eccesso di «neoliberismo» (libera iniziativa, deregolamentazione, eccetera): ma perché lo Stato intermedia. In Europa, grosso modo la metà del PIL. Il pubblico si sostituisce al mercato come arbitro del successo: fabbrica norme che, ovviamente in nome di un qualche interesse superiore, decidono il risultato della gara competitiva prima della partenza.

Nell’«1 per cento» dei più ricchi, si trova così chi non vive della preferenza che gli accordano i consumatori: ma di appalti, innovazioni lautamente sussidiate, rendite privatamente lucrose e pubblicamente giustificate in nome di qualche interesse superiore. Non è un fenomeno nuovo, nella storia del «capitalismo reale» (in chiave sviluppata dalla sua componente statale). Mai però aveva interessato settori tanto ampi delle nostre economie.

È giusto chiedersi, ….. perché oggi parliamo tanto di disuguaglianze. È una moda culturale, un riflesso della crisi? Credo sia anche perché oggi appare in pericolo una delle più apprezzate «creazioni» del capitalismo: la classe media. Le diseguaglianze appaiono più tollerabili quando prevale un’impressione di dinamismo sociale. I figli degli operai hanno potuto diventare dottori e impnditori non solo grazie all’istruzione pubblica e gratuita ma soprattutto perché una certa, sobria «serenità» finanziaria era un obiettivo a portata di tutti.

Oggi la tassazione strangola i redditi delle classi medie. La mobilità sociale è passata anche attraverso il risparmio. Le rinunce dei padri pagavano gli studi e la prima casa dei figli. I tassi per impieghi del risparmio poco rischiosi sono ormai stabilmente prossimi allo zero: il che va benissimo per chi può permettersi scommesse ardimentose, ma umilia le «formichine» (i milioni di piccoli imprenditori che fanno due terzi dell’occupazione).

L’età capitalistica ha visto la più grande creazione di ricchezza della storia umana. Il tanto esecrato libero mercato continua a produrre «cose» che ci migliorano la vita. Ma tasse e scelte di politica monetaria oggi frenano quel dinamismo sociale che del capitalismo è stato un (apprezzato) sottoprodotto.

L’obiettivo di chi accende i riflettori sulle disuguaglianze è giustificare imposte più alte sui «ricchi», non ridurre le rendite che alcuni percepiscono per buona grazia del sovrano Stato (forma partito che ne incarna potere e decisioni). Sono cinquant’anni che la «passion predominante» dei governi occidentali è ridistribuire il reddito. Chi sostiene che oggi esista un problema di distribuzione della ricchezza dovrebbe ricordarsene.

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 20 settembre 2015 13:37

    Articolo molto bello con riflessioni interessanti, ma su una cosa non concordo: oggi si parla tanto di disuguaglianze perché la bulimia di Stato ha raggiunto e superato i livelli di guardia (era circa il 30% del PIL negli anni ’60, oggi viaggia intorno o sopra il 50%) e per poter proseguire oltre ha bisogno di un nuovo slancio;

    ecco che la battaglia contro la disuguaglianza cioè la favola creata ad arte dei ricchi sempre più ricchi e dei poveri sempre più poveri può fornire il combustibile per una nuova rivoluzione d’ottobre
    (sappiamo bene tutti com’è finita quella illusione menzognera del socialismo reale che ha privato i cittadini delle più elementari libertà senza offrire benessere per oltre 70 anni, vero?).

    L’uguaglianza è l’uguaglianza dei cittadini di fronte alla legge,
    è un sistema che eleva i meritevoli,
    i meritevoli non tutti,
    anche se privi di mezzi,
    (uguaglianza, ndr) è un apparato che riconosce e premia il merito,
    non una specie di minestrone nel quale siamo tutti uguali (che appiattisce tutto e sostanzialmente premia il far meno, il far male, il non fare, ndr ).

    Non è così, non è mai stato così, non sarà mai così, per fortuna.

    RE Q
  2. #2 scritto da Saccavini il 20 settembre 2015 15:56

    Nella sostanza ha ragione Andrea, …..

    ma l’Uomo ha più volte dimostrato di saper compiere scelte sbagliate, di aver sperimentato, soprattutto cocciutamente perseverato in percorsi fallimentari.

    Anche allora hanno pagato i più giovani (a conquistare l’inverno russo con le scarpe di cartone; a programmare un paio di scarpa unico per 90 milioni di russi, ecc); le nuove generazioni, i più deboli.

    Coloro che promettono il contrario: il mondo eguale assicurato, senza compiere alcuno sforzo, senza impegnarsi, sono Falsi Profeti che porteranno sciagure.

    Uguaglianza: eguale possibilità per tutti.
    Un insieme di norme e regole che lo rendano percorribile.

    buona giornata

    RE Q

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