Grecia: primo fallimento della Democrazia

In Grecia la Polis (città) e la sua Demos  (popolo) e Kratos (potere), 2.500 anni fa ebbe inizio. Le città stato sperimentarono una gestione del popolo (uomini liberi della città, con una base di censo e beni) che deliberava e nominava il proprio amministratore. Nacque così la Demorazia, come venne valorizzata nel Settecento. Resa ancor più coinvolgente con l’istituzione del suffragio universale agli inizi del Novecento. Completata nei decenni seguenti  con il voto alle donne.

Questa struttura, con i gruppi politici e le organizzazioni collaterali è proseguita fino a oggi (e ancora vita avrà d’avanti), ma siamo ad un passaggio del vivere democratico che richiede un ripensamento.  Cerchiamo di ragionare intorno al sistema democratico, che in questo intervento è ciò che interessa. Lasciamo da parte la questione Europa, cosa si poteva fare di meglio o di più, almeno per ora.

La questione che emerge dalla Democrazia greca (in tutto identica sui principi alla democrazia dei paesi occidentali) è l’inefficienza drammatica, date le condizioni. Un paese che ha un PIL taroccato da eccesso di spesa pubblica (dipendenti e pensioni) rispetto alla capacità di reddito reale, alla crescita di ricchezza. Ha sprecato troppo e si è indebitato oltre misura.

Deve adottare una politica di lacrime e sangue supportata da investimenti per incrementare imprese e capacità di produrre ed esportare, anche in servizi. I partiti di ieri non lo hanno fatto. L’Europa ha imposto ordine ai conti lasciando decidere alla politica locale come sistemare la situazione. Che i partiti locali non hanno affrontato: mantenendo un eccesso di spesa pubblica; utilizzando i ridotti costi dei prestiti erogati dagli stati europei per  spendere, senza investire.

I partiti, la forma partito si dimostra incapace di chiedere sacrifici, dappertutto e anche in Grecia. Le ultime elezioni a suffragio universale hanno messo su la sinistra-sinistra. Non è responsabile della situazione che si è trovata ad amministrare, d’accordo. Ma si dimostra incapace, come i partiti precedenti, di motivare una stagione di severa riduzione della spesa pubblica: senza investimenti e riorganizzazione dello stato, la Grecia fallisce.

Fallisce con il consenso democratico del suffragio universale. Il referendum proposto dopo quattro mesi di inutili trattative per ridurre il debito (soldi spesi dallo stato greco, dai partiti al governo di ieri e di oggi),  potrà votare l’impossibile: chiedere agli stati europei che alla Grecia tre anni fa  hanno prestato 175miliardi al 2%, si dimentichino del prestito e lascino la Grecia a continuare a spendere come ora. Se poi il voto fosse per l’Europa, si apriranno altri scenari che di democratico hanno poco.

Democraticamente la Grecia si dimostra ingovernabile. Il sistema dei partiti del tutto incapace di affrontare gli enormi problemi del paese con un programma che la porti fuori dalle sabbie mobili. Il suffragio universale inutile e precostituito, pilotato dal controllo dei sistemi di comunicazione, non risolverà nulla: i problemi rimangono e non si vede chi li possa affrontare.

Per la prima volta dopo la seconda guerra mondiale un paese democratico in Europa dichiara fallimento: si badi non il bilancio del paese, ma il sistema che regola e governala vita del paese, si manifesta inadatto e incapace. Un gruppo eletto di sinistra “rivoluzionaria” del tutto inadeguato e incapace di dare una risposta: previsione facile, ma sarà bene che i nostri sinistri ci facciano i conti.

Lo scriveva Bobbio già negli anni sessanta che il sistema democratico strutturato con la forma partito come si era sviluppato in Europa (e non solo), si reggeva sul presupposto di un consenso reso possibile demagogicamente grazie all’ininterrotto sviluppo dell’economia. Sviluppo che consentiva erogazioni  senza badare alle conseguenze future, alla spesa sull’indebitamento che poggia sull’inflazione (che presto sarebbe andata a due cifre).

Il far politica deve cambiare, occorre che ci si metta mano in tempi brevi, perché la Grecia è il primo paese democratico che certifica l’incapacità della Democrazia; il primo. Più che probabile però che default del sistema democratico come è venuto formandosi, si ripetano nei prossimi anni. Bisogna che i nostri sistemi  imparino a costruire il consenso necessario anche in condizioni di criticità.

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  1. #1 scritto da Saccavini il 29 giugno 2015 09:57

    IL COLPO DI SCENA NELLA CRISI GRECA
    Una soluzione della crisi sembrava ormai concordata con la Trojka: i greci avrebbero “strizzato” molto meno il bilancio dello stato, incrementato l’IVA su alcuni beni, e, in cambio, avrebbero ottenuto che il debito in scadenza sarebbe stato rinnovato. Giunti ad un accordo, il Governo greco avrebbe dovuto chiedere il voto in Parlamento. Insomma, tutto sembrava procedere. All’improvviso – e senza avvertire i negoziatori della Trojka – il primo ministro greco ha chiesto un referendum, che il Parlamento ha approvato con una maggioranza di 180 voti a favore con 120 contrari.

    A questo punto la trattativa fra la Grecia e la Trojka è saltata. Il Referendum ha come oggetto la volontà dei greci di accettare ulteriori sacrifici. Se questi domenica prossima dicessero “no”, allora la trattativa con la Trojka sarebbe sepolta. Se, invece, dicessero “si”, allora Tsipras tornerebbe a negoziare, oppure si dimetterebbe, visto che aveva chiesto l’approvazione del contrario.

    Questo cambiamento improvviso – la trattativa che salta con la chiamata referendaria – non ha delle spiegazioni evidenti – e se le ha, sono davvero difficili da comprendere. Se Alexis Tsipras avesse chiuso – come pareva – la trattativa e se, portando la proposta di compromesso in Parlamento, avesse perso l’appoggio dell’ala “dura e pura” del suo partito – Syriza – avrebbe comunque trovato l’appoggio del secondo partito greco – quello di centro destra filo europeo Nea Democrazia – così come l’appoggio del partito di centro sinistra To Potamos. Ossia, in Grecia c’era una maggioranza pro-austerità (ammorbidita) e pro-euro- formata dai moderati di Syriza, da Neo Democrazia e da To Potamos, su cui il governo in carica non ha puntato. Detto crudemente, in Grecia era possibile una maggioranza simile a quella italiana che ha sostenuto il governo Monti. Sostieni con una “grossa coalizione” il governo di emergenza, e poi si vede.

    Intanto che ci si interroga sul mistero del comportamento di Tsipras, la Banca Centrale Europea ha fatto sapere che non estenderà ulteriormente l’aiuto alle banche greche – ossia il fornire loro la liquidità che le banche stanno perdendo per il ritiro dei depositi. Perciò il governo greco in carica si trova “stretto” fra un referendum di cui non si capisce il senso, ed una grave crisi di liquidità.

    L’effetto sui mercati. Si tenga conto che i bilanci pubblici dei Paesi dell’euro-zona sono molto meglio messi di quanto non fossero nel 2010-2011, e si tenga anche conto che la Banca Centrale Europea può intervenire in acquisto dei titoli di stato, in maniera anche molto pesante. Possiamo perciò immaginare che dopo una prima partenza nervosa, i mercati europei si stabilizzeranno. Se si è poco investiti in azioni e non si è molto esposti sulle obbligazioni a lunga scadenza, i contraccolpi non dovrebbero essere significativi.

    Per i lettori interessati: un’interessante valutazione finanziaria sulle conseguenze possibili, anche per i mercati , ma anche un’analisi di dettaglio sul versante politico greco, che ci viene da SCM, fondo che gestisce risparmi privati

    RE Q
  2. #2 scritto da Saccavini il 29 giugno 2015 09:59

    L’impressione politica sembra essere che i decisori ultrasinistri ad Atene tengono il pallino e Tsipras sia fortemente condizionato.

    L’estremismo malattia infantile del comunismo (parola di Lenin, uno che se ne intendeva), malattia molto contagiosa entro gli estremismi derivati dalla rivoluzione del 1917.

    Malati infantili ma dannosissimi se appena si trovano nella condizione di poter decidere: sul disastro che ne verrà (ben più duro di un programmato e ordinato riassetto della spesa pubblica e degli investimenti) loro sono i responsabili.

    RE Q
  3. #3 scritto da Andrea D. il 29 giugno 2015 18:22

    Tsipras ha tirato la corda fino al limite della rottura: resosi conto che più di tanto non poteva ottenere (cioè riprendere a spendere allegramente a deficit a spese degli altri Paesi europei) doveva decidere se ingoiare l’amaro boccone, perdere la faccia (visto che in campagna elettorale aveva promesso l’esatto contrario) e salvare il Paese oppure se salvare la faccia, mantenendo fede alla parola data agli elettori, ma affossare il Paese in un default con conseguente pesante recessione, svalutazione e inflazione.

    Nel dubbio, da codardo, ha scelto la terza via: ha chiamato a rispondere il popolo, dicendosi fermamente contrario (era ed è la sua posizione ufficiale) e lavandosene le mani come Ponzio Pilato.

    Se dovesse vincere il sì, rispettoso della volontà popolare, firmerebbe l’accordo (al quale lui si dichiara fermamente contrario), se dovesse vincere il no, la colpa sarà dei greci, lui ha fatto come gli ha ordinato il popolo sovrano.
    Dimettersi?
    Ma quando mai!
    E’ imbullonato alla cadrega, con la faccia come il c…
    Parafrasando Totò, questo succede quando si eleggono dei caporali!

    Negli ultimi 30 anni, per quasi un anno su due la Grecia ha chiuso i bilanci con deficit superiori al 10% del PIL (cioè le spese superavano le entrate per un importo pari al 10% del PIL), un’enormità!

    Hanno vissuto ampiamente e a lungo al di sopra delle loro possibilità, spendendo come se i debiti, prima o poi, non si dovessero ripagare. Rientrare da quell’andazzo, con un settore privato debole, con elevata burocrazia, statalismo imperante e bassa produttività (oltre a consistenti privilegi che si fatica ad intaccare) è dura, molto dura, ma è un prezzo che i greci devono pagare.

    La solidarietà non c’entra nulla.
    L’Europa ha già fatto molto, ristrutturando il debito (con un generoso haircut su una parte del debito nel 2012) e rifinanziando il resto a scadenze lunghissime e a tassi bassissimi.
    Certo la Grecia difficilmente rientrerà da quel debito e un’ulteriore ristrutturazione si renderà (ammesso che non vada in default domani) necessaria, ma non prima che il Paese abbia rimesso i conti in ordine.

    Ad oggi la Grecia è ancora in deficit (anche se è riuscita ad avere un modesto avanzo primario) e non è pensabile che quel deficit, anziché ridursi si ampli generando nuovo debito per consentire allegre spese correnti da parte del governo (assunzioni).

    PS in questi casi il PIL cala, è inevitabile che cali, almeno nel breve/medio periodo, ma poi il Paese riparte e lo fa in maniera sostenibile, come un’azienda in crisi che, a seguito della ristrutturazione, vede ridursi il proprio fatturato!

    Pretendere di non ridurre il perimetro, non avere cali di fatturato e continuare a spendere come prima, non fa uscire dalla crisi, porta solo al fallimento!

    RE Q
  4. #4 scritto da Saccavini il 29 giugno 2015 22:47

    Scrive il professor Giavazzi, sul fondo del Corriere, icastico:

    dal 1996 al 2009 il reddito pro capite dei greci è passato dal 47% al 71% dei Cittadini tedeschi.
    Un avvicinamento straordinario reso possibile da una altrettanto straordinaria accumulazione di debito (non molto diversa dall’esperienza italiana).
    ….
    ..dal 2010 al 2014 l Grecia ha continuato a ricevere da europa e FMI flussi finanziari positivi di aiuti: cioè più denaro di quanto dovesse pagarne di interessi….

    I governanti del paese, quali che siano (di colore o coalizione), devono dire la verità ai loro Cittadini, ordinare a tutti che si rimbocchino le maniche e che creino ricchezza per tornare a prima, ma non continuando a indebitarsi per distribuire spese, bensì grazie alla loro capacità di produrre reddito vero (non PIL da spese di pensioni fasulle e stipendi pubblici fuori misura).

    Chi lo farebbe verrebbe cacciato a furor di popolo, il gioco dei partiti di minoranza sarebbe denunciare di incapacità chi governa, che loro garantiscono la continuazione del benessere, che è facile, che è questione di volontà.
    L’attuale governo greco non è composto da partiti che hanno detto così?

    La malattia è nel sistema cosiddetto democratico dei partiti odierni (in Grecia ma anche in Italia, in Spagna, in Francia, ecc.): bisogna curare il cancro di una partitocrazia divenuta autocratica, tutto il modo del far politica è da ripensare, tornando alla politica di servizio…

    buona serata

    RE Q
  5. #5 scritto da Rinaldo Sorgenti il 30 giugno 2015 14:17

    Ripristinare il sacrosdanto principio che

    per distribuire la ricchezza occorre prima crearla, ma ricchezza vera che si genera con il lavoro, l’impegno ed il sacrificio,

    non con la fuorviante demagogia e l’approfittazione di mangiare sulle spalle del vicino.

    Quantri esempi anche nel nostro Paese e quante regole stravolte da una fallace e speculata “democrazia”.

    Ora il cittadino stufo di questi parassiti deve fare lo sforzo di analizzare chi davvero può rispondere a criteri civici e razionali e ritornare a votare, facendo però ben attenzione a non cadere dalla padella nella brace dei falsi strilloni!

    RE Q
  6. #6 scritto da Saccavini il 30 giugno 2015 18:02

    Ricordiamo ancora l’elementare assunto di Lenin:

    ESTREMISMO MALATTIA INFANTILE DEL COMUNISMO
    (e di tutti i sinistri che si propongono di pescare chiedendo l’impossibile, proponendo alternative inesistenti, ecc.)

    leggiamo sui giornali d’oggi che una scelta schiera di Landini, Fassina, D’Attorre, e certamente altri (Civati, scrive il Corriere, ci sta pensando)

    tutti ad Atene, contro la politica di austerità che vogliono i cattivi succhiasangue che sfruttano il proletariato…

    non fanno pena: sono demagoghi della peggior specie alla ricerca di consenso con proposte facili per poter ottenere il risultato che ha ottenuto l’attuale governo in Grecia.
    Ci fosse la galera per i veri affamatori del popolo, sarebbero i primi da incarcerare

    buona serata Sorgenti

    RE Q
  7. #7 scritto da Rinaldo Sorgenti il 30 giugno 2015 19:37

    Questi sono quelli che chiedono il “reddito di cittadinanza” e che vorrebbero che i nulla-facenti potessero anche – con comodo – decidere se proposte di occupazione possono essere di loro interesse o meno. Tanto paga pantalone!

    Quanti sono i tromboni che suonano quella nenia ?

    RE Q
  8. #8 scritto da Saccavini il 30 giugno 2015 20:33

    Non sono molti ma recano un danno serissimo e influenzano una facile opinione che viene incontro a soluzioni apparentemente facili e concretamente impossibili, tenendo il “popolo” nell’oscurità sulla situazione reale.

    ogni giorno, quest’anno, stiamo in Italia stampando qualcosa come 270 milioni di euro in più, di nuovo debito, che pagheranno i nostri figli e nipoti.

    questo parlar d’altro promettendo un elisir di vita felice senza far nulla, è cosa da delinquenti

    Che i Cittadini lo capiscano, è indispensabile

    RE Q

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