Il mondo d’oggi e la politica di ieri: Padroni o Sfruttati

Questo articolo merita la lettura perché Andrea D. sviluppando nel blog  il precedente commento, ci fa una descrizione quanto mai puntuale e chiara dell’oggi come è e il modo in cui lo interpretano i veteri comunisti che piegano la realtà al loro presupposto ideologico guardando all’indietro e auspicandone il ritorno.

>  nel mondo globalizzato la discriminante è Megacapitalisti/Plebei sfruttati;

>  che si vanta delle vittorie “storiche” della sinistra ( il welfare conseguito quando le produzioni del vecchio mondo realizzavano margini che lo consentivano; erogati con l’obiettivo di far crescere la domanda interna di beni semi durevoli)

> che tutto si  risolve se si ritorna a quei tempi con quei sindacati, con quei partiti (con le imprese che non possono permetterselo, pena il trasferimento di tutta la produzione fuori dal vecchio mondo)

In queste elucubrazioni nelle quali si parla di una “politica” priva di economia, delle sue direttrici darwiniane di cui non si può fare a meno, si arriva a vette altissime. Così alte che non si vede più neppure un quadrireattore. Fossero loro a gestire il nostro pianeta, in un tempo brevissimo tutti faremmo una caduta rovinosa; meno male che nella cabina di pilotaggio non sono seduti costoro… La realtà si incaricherà di dimostrare loro gli errori drammatici in cui sono pervicacemente ancorati ancora oggi.

LA POLITICA CON LE LEGGI DEL CONFRONTO

CHE PREMIA IL MIGLIORE

In certi casi, con un senso negativo, si dice “fare della filosofia” per intendere non la nobile disciplina, ma il fare ragionamenti astratti (o meglio campati in aria) privi di qualunque utilità pratica o concreta. Oggi, purtroppo, venendo da un era (dell’oro anche se era oro a debito) nella quale si è speso molto di più di quel che si è incassato.

È stato ipotecato il futuro delle generazioni successive, abbiamo ancora gente che si ricorda come si stava bene in quegli anni, con le baby pensioni, le assunzioni pubbliche, gli investimenti a pioggia etc. etc. e parla, astrattamente, di diritti, come se avesse un senso parlare di diritti senza affrontare la questione dei doveri, primo fra tutti il dovere di sostenere economicamente quei diritti, perché a questo mondo, piaccia o non piaccia, nessun pasto è gratis!

Perché se questo o quel presunto diritto non è sostenibile, allora è solo un fantasia, o meglio una balla ad uso e consumo degli elettori (solo quelli fessi, però), una presa per i fondelli che non potrà mai essere realizzata o, anche se fosse sciaguratamente messa in pratica, non potrà durare, come le vane promesse di Tsipras in Grecia, promesse che non riuscirà a mantenere o che, se dovesse metter in pratica, manderanno a gambe all’aria il Paese. I Greci, inebriati dalla disperazione, gli hanno creduto, ma un conto sono le chiacchiere (che non costano nulla), altro i fatti!

L’uso dell’appellativo, in senso spregiativo e denigratorio, di darwiniano è emblematico. La realtà è che la selezione naturale, la selezione darwiniana, è quella che ha mandato avanti il mondo, quella che ha permesso l’evoluzione: i migliori, quelli che meglio si adattano alle caratteristiche mutevoli dell’ambiente, prosperano, gli altri no! Si tratta, né più né meno di meritocrazia, quella vera, quella che premia i migliori (e solo quelli), non quella (farsesca) di sinistra che è uguale per tutti (ma se tutti sono uguali, il premio al merito dov’è?).

Non possiamo, come specie che vive secondo le leggi naturali, andare contro la legge fondamentale che regola l’evoluzione, una legge dura, ma inderogabile! Possiamo cercare, per quanto possibile, di mitigarne gli effetti, ma non possiamo contrastarla, salvo far parte di quella specie (o meglio sottospecie) che si estinguerà a beneficio di altri meglio adattati all’ambiente.

Non ci piace, non è bello pensare che ci siano differenze che non siamo tutti uguali? Perfetto! Nessun problema (in realtà di problemi ce ne sono moltissimi), ma non parliamo più di meritocrazia, di premiare il merito, perché le due cose sono incompatibili. Se premio solo alcuni, quelli che se lo meritano, non siamo più tutti uguali, se invece premio tutti perché siamo tutti uguali, allora non riconosco il merito!

In una società di quel tipo, dove tutti sono uguali, il merito diventa ininfluente e, non a caso, la produttività e la ricchezza di quelle società sono minime, mentre nelle società meritocratiche, dove si fanno differenze, ma dove il merito viene premiato, c’è prosperità e benessere diffuso (anche se la povertà non è del tutto assente, inutile negarlo, ma meglio essere povero in un Paese ricco piuttosto che in uno povero).

Possiamo tollerare le differenze, l’accumulo, la ricchezza (a volte sproporzionata di alcuni a fronte di altri)? Sì, anzi dobbiamo perché queste sono le conseguenze, gli effetti della meritocrazia e la meritocrazia è quella che fa stare meglio tutti. Negarne gli effetti, vuol dire negare l’essenza e la sostanza del merito, vivere in una società dove siamo tutti uguali, ma tutti più poveri!

Possiamo (e dobbiamo) tentare di mitigarne gli effetti, in primo luogo per riuscire a premiare il merito anche di chi parte in situazione di svantaggio, ma non possiamo avere la botte piena e la moglie ubriaca e contrastare il principio. Negare il merito e promuovere l’uguaglianza vuol dire vivere in una società bolscevica che garantirà, forse, meno differenze (almeno a livello medio perché le differenze ci saranno comunque), ma anche meno opportunità e meno benessere diffuso.

In ceti casi alcuni discorsi “filosofici” (in senso negativo) tipo quello dell’estensione dei nostri diritti agli altri, della necessità che i Paesi emergenti applichino le nostre stesse tutele, le tutele di un mondo ricco che mal si adattano a realtà povere e bramose di migliorare, mi fanno venire in mente la celebre farse di chi, con la pancia piena e abituata al lusso e alle comodità, non riesce minimamente a calarsi nei panni degli altri, al popolo che protestava perché non aveva più pane … suggerì: che mangino brioches!

Ecco noi che a chi, emergendo dalla fame, suggeriamo, dall’alto dei nostri consumi di lusso (anche se non ce ne rendiamo conto perché guardiamo sempre a chi, quei pochi, ha di più e mai ha chi, i tanti, che ha meno), di mangiare brioches forse dovremmo tenere un po’ più presente che poi furono molte le teste a rotolare a causa di cotanta miopia (Andrea Dalseno 07 Maggio 2015).

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  1. #1 scritto da Saccavini il 10 maggio 2015 10:01

    La dignità del lavoro, fu la bandiera (reale, ma su un presupposto superficiale) di chi intese mettere ordine egualitario per tutti, di chi ancora oggi lo sostiene.

    Viene in modo opportuno la nuova proposta del M5S che rovescia il concetto: la dignità al Cittadino con il reddito di cittadinanza; il lavoro quando viene è un di più.
    Appare forse in anticipo? Può essere.

    Però è ormai ineluttabile che si stia andando verso un mondo che, per i paesi arrivati, richiede meno impegno lavorativo fisico e” routinario”. Più impegno ricco di conoscenze e di flessibilità, di formazione e aggiornamento permanente.
    Il reddito di cittadinanza è già presente, in forme più o meno sistematiche, in molti paesi europei. È destinato ad estendersi.

    Non è però sistema automatico: occorre che l’insieme del paese sia in grado di creare ricchezza in misura corrispondente all’impegno economico che il reddito di cittadinanza richiede.
    Questa è la sfida sociale e politica che abbiamo davanti, su cui dobbiamo impegnarci, disegnando un modello di struttura sociale che ottimizzi i fattori della produzione e dell’economia, dei servizi.

    M5S sostiene che in Italia il reddito di cittadinanza non sia ben visto perché rende meno dipendenti dai sindacati e dai partiti: in via intuitiva può esserci del vero.
    I nostri eroi bolscevichi intanto, continuano a sollevare la bandiera del lavoro (inteso come sfruttati), in lotta con i plutocrati (i megapadroni): che si fermino a riflettere..

    RE Q
  2. #2 scritto da Andrea D. il 10 maggio 2015 14:48

    Personalmente sono contrario a concetti come il reddito di cittadinanza, il quale va ben oltre la filosofia comunista che, insieme al reddito, dava anche un lavoro, non importa quale o cosa, tanto il lavoro non doveva per forza essere produttivo, la produttività è un concetto da sistemi capitalisti/darwiniani.

    Ci possono essere, nella tradizione socialdemocratica europea, forme di sostegno e di aiuto, limitate nel tempo e nello spazio, per permettere alle persone di riprendere un posto produttivo nella società (una solidarietà sociale), ma il reddito di cittadinanza quale diritto assoluto privo di una contropartita quale il dovere di cittadinanza, il dovere cioè di essere utile e produttivo, non lo posso accettare.

    Che ci sia una fetta più o meno ampia di popolazione che, novelle cicale, vive sulle spalle degli altri i quali, come le formiche, lavorano e producono, non mi sembra una conquista sociale; siamo oltre il comunismo, siamo oltre allo Stato padre e padrone, neanche fossimo nell’età dell’oro. Come se il lavoro non fosse (anche) fatica, impegno, sudore e chi proprio si ostina a voler lavorare, almeno che dia una (larga) parte di quel che guadagna per mantenere gli altri che, invece, hanno saggiamente scelto di non fare nulla.

    I discorsi sulla “decrescita felice” li può fare Grillo che col suo ingente patrimonio personale, può decidere di smettere di accumulare (decrescere) e godersi (felice) i frutti delle sue rendite, non la gente comune. Non raccontiamoci le favole e, soprattutto, non crediamoci!

    RE Q
  3. #3 scritto da Saccavini il 10 maggio 2015 16:09

    Colpito Andrea; molto giusto.

    si deve rilevare al riguardo:
    le riflessioni su un tema evolutivo che riguarda il lavoro e le nostre società partono da considerazioni sulle tendenze in atto.
    Bisognerà arrivarci sul piano sociale, perché il lavoro in termini di impiego numerico di Cittadini, tenderà a ridursi.
    Non è conseguenza del capitalismo sfruttatore ma della capacità crescente di produrre molto con molte meno unità lavorative, questo in particolare nei paesi nei quali il tenore di vita è più “ricco”.

    Resta legge economica ineludibile che il reddito di cittadinanza debba applicarsi solo e in dipendenza di una capacità del paese di produrre la ricchezza che consente di coprire l’impegno che ne deriva.

    Occorre una riforma amplissima del sistema contributivo, pensionale e assistenziale, ma soprattutto la definizione coerente di quanto è possibile accordare nel momento dato, senza che si debbano fare nuovi debiti da trasferire alle generazioni future.
    Nessun pasto è gratis in questo mondo, anche in Italia.

    buona giornata

    RE Q

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