Il bottone della palandrana

Luigi Pirandello (Agrigento, 28 giugno 1867 – Roma, 10 dicembre 1936) è stato un drammaturgo, scrittore e poeta italiano, insignito del Premio Nobel per la letteratura nel 1934 (VEDI).

Oltre che esimio scrittore, a mio modesto avviso, Pirandello è stato, a modo suo, un grande filosofo, un esperto conoscitore dei fatti della vita, un castigatore dei costumi che non perdeva occasione di stigmatizzare l’ipocrisia piccolo-borghese.

Voglio riportare qui un brano tratto da una sua novella, un testo breve, ma divertente e denso di significati (VEDI): Il bottone della palandrana. Un breve riassunto: don Filiberto Fiorinnanzi, galantuomo integerrimo e irreprensibile, scopre che Meo Zezza, amministratore di uno dei poderi del marchese Di Giorgi–Decarpi, è un ladro e decide, con timorosa riverenza, di recarsi dal Marchese per renderlo edotto dei fatti e denunciare il malfattore, ma nel corso del colloquio, sorprendentemente scopre che:

– Vengo… signor Marchese… vengo ai fatti… balbettò tutto smorto e smarrito.

– Ecco, sì, mi faccia questa grazia, – miagolò il Marchese.

E posando il pugno, ora, sulla scrivania, vi appoggiò la fronte. Non si rimosse più da quella positura. Don Filiberto Fiorinnanzi poteva supporre che dormisse. Alla fine, alzò la fronte dal pugno; disse:

– Permette?

E stese la mano a ricevere il foglio della denunzia. Lo scorse sbadatamente; poi si cacciò una mano in tasca, ne trasse un mazzetto di chiavi, aprì un cassetto dello stipo accanto alla scrivania, ne prese una carta, la pose accanto al foglio, e su questo con un lapis turchino si mise a far brevi segni di richiamo, a mano a mano che leggeva in quella. Quand’ebbe terminato, senza dir nulla, porse a don Filiberto Fiorinnanzi il suo foglio segnato e quella carta tratta dallo stipo.

Don Filiberto, perplesso, imbalordito, guardò l’uno e l’altra, poi il Marchese, poi di nuovo il suo foglio e quella carta, e s’accorse che in questa erano già esposti, quasi con lo stesso ordine, tutti i furti dello Zezza, ch’egli era venuto a denunziare.

– Ah dunque… – disse, appena poté rinvenire dallo sbalordimento, – ah, dunque a Vostra Signoria… a Vostra Signoria Illustrissima… erano già noti…

– Come vede, – lo interruppe freddamente il Marchese. – E anzi, se ella guarda più attentamente nella mia carta, vedrà che ci son noverati molti altri furti che non si trovano nella sua denunzia.

– Già… già… vedo… vedo… – riconobbe più che mai smarrito nello stupore, don Filiberto. – Ma dunque…

Il piccolo Marchese tornò ad appoggiare il gomito sul bracciuolo e a nascondersi con la mano l’occhio sano, stanco e svogliato.

– Caro signore, – sospirò, – e che vuole che me n’importi?

La terribile fissità dell’occhio di vetro, armato della caramella cerchiata di tartaruga, fece un contrasto orribile con la stanchezza di questo sospiro.– Sono cose, – seguitò, – che esorbitano dalla mia amministrazione.

– Esorbitano?

– Già. Noi qua dobbiamo guardare e guardiamo Zezza ministro. Come tale, lo abbiamo trovato sempre ineccepibile. Zezza uomo non ci riguarda, caro signore. Dirò di più: è per noi anzi un vantaggio, che egli sia così ladro, o piuttosto così desideroso di arricchirsi. Mi spiego. Agli altri ministri che si tengono paghi, più o meno, al loro stipendio soltanto, non preme affatto che i poderi rendano qualche cosa di più di quello che potrebbero rendere. Preme invece allo Zezza, perché, oltre che a noi, essi debbono rendere anche a lui. E il risultato è questo: che nessuno dei settori ci rende tanto quanto quello di cui Zezza è ministro.

– Ma dunque… – fece ancora una volta, come in un singhiozzo, don Filiberto.

– Oh, dunque, – ripigliò alzandosi per licenziarlo il Marchese, – io la ringrazio tanto, a ogni modo, caro signore, dell’incomodo che Ella ha voluto prendersi; quantunque… oh Dio, sì… forse avrebbe potuto immaginarsi che a una amministrazione come la mia questi fatti non potevano restare ignoti. Questi e altri, com’Ella ha potuto vedere. Ma a ogni modo, io la ringrazio e me le professo gratissimo. Si stia bene, caro signore.

Don Filiberto Fiorinnanzi uscì stordito, stonato, insensato addirittura, dalla sede dell’amministrazione.

– E dunque…

La conclusione l’aveva in mano.

Un bottone della palandrana. Sentendo parlare a quel modo il Marchese, se l’era tante volte rigirato sul petto, quel bottone, che esso alla fine gli s’era staccato e gli era rimasto tra le dita.

Ma, ormai, a che gli serviva più? Poteva bene andar per via con la palandrana sbottonata, e anche svoltata, con le maniche alla rovescia, e anche col cappello assettato sotto sopra sul capo.

L’universo, ormai, per don Filiberto Fiorinnanzi era tutto quanto e per sempre scombussolato.

Dedicato a tutti quegli omuncoli che, riempiendosi la bocca di vani proclami ideologici, tentano di nascondere la propria mediocrità, la propria inettitudine, la propria incapacità e inadeguatezza.

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