Finanza, economia e lavoro nel terzo millennio

La riflessione viene da un commento di lunghezza straordinaria di Arboit (800 parole)che replica ad uno spunto di Flavio Turin (che richiama la funzione vitale della finanza quale mediatore fra chi ha capitali e chi ne ha bisogno). Un commento di due pagine che è quasi un “saggio”, quello di Arboit (assessore PD alla cultura). Su cui proveremo a confrontarci (a proposito: siamo esclusi dal partecipare a una discussione entro i siti del PD. Qual’è il problema?).

Parleremo semplicemente, perché tutti i lettori possano capire, lasciando stare Marx e Piketty. La finanza oggi, come intesa da Arboit (VEDI): I capitali vengono dirottati verso impieghi nella finanza molto di più che nelle  imprese produttive. Vero; questo però è un fatto, non una colpa. Che bisogna capire: chi gestisce capitali (Arboit cita “le banche”) si orienta verso gli impieghi che danno maggiore ritorno. Si può impedirlo, ma si alimenterebbe un mercato nero, non legale e per la malavita organizzata globale sarebbe una pacchia. Un clamoroso autogol.

Cerchiamo di capire in termini logici: la globalizzazione non è un attentato della spectre contro il “proletariato”, ma la presa d’atto che il globo sta riequilibrandosi ed ha bisogno di diffondere l’industrializzazione e ridurre il gap nel tenore di vita in tutto il pianeta.  Abbattere le barriere doganali genera un incremento dei traffici da e vero i diversi paesi, facendo produrre anche chi fino a ieri moriva di fame. Crescita produttiva che fa leva, almeno agli inizi,  su una condizione di partenza fatta di salari minimi.

Le imprese globalizzate (operanti su scala intercontinentale). Arboit le chiama “corporation”: non sono il moderno capitalista sfruttatore del “proletariato”.  Semplicemente sono imprese che prima e meglio erano posizionate e hanno saputo intuire e cogliere le opportunità  che derivano dalla globalizzazione. Mettendo in conto l’abbattimento del margine di profitto e l’accorciarsi del ciclo economico. Un esempio da seguire in tutti i paesi (la Cina e l’India lo hanno capito benissimo).

Il mondo del lavoro: sta attraversando un rifacimento profondo (non causato dalla volontà della “borghesia” di abbattere “i diritti” conquistati con “le lotte”). L’automazione riduce quantità enormi di occupazione “semplice”: una tendenza in forte crescita (anche e soprattutto, ormai,  in Cina e India, oltre che in Occidente). Andiamo verso un mondo che avrà molto meno occupati massivi, contro una crescita di quelli a maggior valore aggiunto (che non compenserà la perdita dei primi).

Il lavoro in occidente poi soffre la concorrenza dei paesi che crescono e non sono più solo mercati di consumo. Ulteriore criticità che, insieme all’apertura dei mercati, porta a dover sacrificare in occidente parti di  stipendi e benefit, componenti marginali del welfare ma anche investire in automazione, con l’effetto di ridurre la capacità media di consumare e di nuovi posti di lavoro (recessione potenziale). Quindi si rivela meno conveniente finanziare gli investimenti a fronte di una domanda  selettiva, dai margini risicati.

La finanza…. Ormai da quindici anni il mercato finanziario si regge, si ingrassa,  sull’indebitamento degli stati, sui debiti sovrani dell’occidente, che continuano a crescere in termini troppo elevati e  sempre più difficilmente rimborsabili (siamo a cinquantamila miliardi di euro!). Oggi arbitrare sulle valute, sulle commodities (metalli, agricoltura, materie prime) consente margini superiori e più sicuri rispetto agli investimenti nella economia reale. Colui che si atteggia da mentore economico del PD di Buccinasco conclude:

Un altro passo avanti: nelle intenzioni della corporation c’era solo il progetto della riduzione del costo del lavoro? No. Un lavoratore precario e costantemente a rischio di entrare a far parte dell’esercito di riserva del capitale, è politicamente malleabile e facilmente ricattabile. È un progetto politico, non economico, e si chiama depotenziamento della democrazia, e abolizione di fatto della democrazia. Un progetto politico fascista.

Lasciamo perdere le fantasie da politica d’anteguerra: il capitalismo eguale a liberismo sfrenato, che tende ad una società di sudditi, al dominio autocratico, addirittura fascista. Solo a leggerle se ne avverte la povertà di contenuto. Alternative allo stato attuale: nel globo contenere le operazioni sui futures, regolamentandole più strettamente (sono queste che generano alti e bassi di quotazioni da cui i grandi capitali pilotano e arbitrano al meglio): Draghi lo sostenne in una famosa riunione d’emergenze al FMI nel 2008.

In Italia: oltre il 50% del PIL viene da gestione pubblica, quindi oggi partitocratica e monopolistica. Politica da Stato spendaccione (oltre 80 miliardi di deficit solo nel 2014!)  che  della debolezza della nostra economia è responsabile : assenza di competizione, mancanza di risultati basati sulla capacità, sul merito. Posti  pubblici inutili e struttura inefficiente che aumenta il debito pubblico. Il Paese va rivoltato come un calzino nelle sue strutture e articolazioni.  Del nostro interlocutore non giudichiamo le leggerezze catastrofiche, conclusive;  le tragga il lettore (e l’interessato).

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  1. #1 scritto da Flavio T. il 26 gennaio 2015 11:34

    Era una risposta a un mio spunto ?
    Non me n’ero neanche accorto …
    Non mi curo dei ciarlatani, Saccavini !

    Buon lavoro !

    RE Q
  2. #2 scritto da Andrea D. il 26 gennaio 2015 11:47

    Facciamo un po’ il punto:

    Quando gli investimenti nel settore finanziario sono il 600/700% degli investimenti nel settore della produzione dei beni e dei servizi allora è evidente che abbiamo un problema.

    Il problema è reale e riguarda, fondamentalmente, la ricchezza diffusa nel mondo occidentale e i nostri sistemi previdenziali: oggi, in Italia, un lavoratore medio (20 anni di anzianità) ha un risparmio previdenziale pari a oltre il 700% del proprio reddito disponibile! Cosa farne, come investirlo e renderlo produttivo è un problema comune a tutti, in particolare nei sistemi con un importante pilastro privato.

    Il meccanismo di funzionamento della finanza è diventato fare denaro con denaro evitando il rischio d’impresa (produttiva).

    Vero, il tutto grazie a regole “ben scritte” da regolatori compiacenti. Tutti, non solo nella finanza, preferiscono evitare il rischio: anche chi fa impresa spesso fa soldi a palate grazie alle regole dettate dalla politica (es. energie rinnovabili).

    Nel giugno del 2008 gli indici di leva finanziaria delle banche, anche europee, avevano raggiunto livelli spaventosi per qualunque persona seria: Credit Suisse impiegava una leva di 33:1, ING 49:1, Deutche Bank 53:1, Barclays 61:1. Cifre a colpo d’occhio folli. La finanza è diventata un gioco d’azzardo e, come spesso accade al tavolo verde, a volte il giocatore in difficoltà è indotto a barare.

    In effetti molti hanno “barato”, non nel senso di aver violato le regole, ma approfittando proprio delle regole che hanno permesso loro di far apparire una situazione diversa dalla realtà.
    I mutui subprime sono stati voluti e fortemente agevolati dalle scelte politiche USA, le stesse scelte che hanno indotto Fannie Mae e Freddie Mac a concedere mutui che non avrebbero dovuto essere concessi, AIG a coprirli, le banche a diffonderli il tutto con le agenzie di rating che, legittimamente (sulla base del castello di regole costruito), attribuivano la tripla AAA (massima solidità) a prodotti che in realtà erano spazzatura!

    La leva in sé non è ne un problema né un’opportunità: la leva è un moltiplicatore, aumenta il rendimento e, parallelamente, il rischio (rendimento e rischio dovrebbero sempre andare di apri passo).
    Il problema è che ci sia la corretta percezione che sto facendo un investimento rischioso e non che stia comprando titoli sicuri.
    Questo è il vero problema che le regole non risolvono, ma nascondono!

    La questione più importante è che la deregulation neoliberista ha spazzato via tutti i paletti giuridici che garantivano la tenuta nel sistema. Ci siamo riempiti la bocca, e soprattutto la testa, di slogan del tipo “più società meno stato”, e ora ne paghiamo le conseguenze.

    Falso! Quasi totalmente falso. In primo luogo lo Stato in Italia come altrove, USA compresi, non si è affatto ridimensionato, ma è cresciuto negli anni (da noi supera il 50% del PIL). Secondo, come abbiamo visto, il problema non è stata la mancanza di regole, ma un eccesso di regole che, in teoria, avrebbero dovuto avere conseguenze positive e proteggere in consumatori e che, in realtà, li hanno indotti in errore e fatti cadere in trappola.

    E la mancanza di regole tanto ferree quanto intelligenti, che garantiscano un funzionamento virtuoso dei mercati, è tutta e soltanto colpa della politica.

    Qui Arboit mostra tutta la sua arroganza e la sua smisurata presunzione:

    nessuno, nemmeno il più illuminato e brillante premio Nobel, è in grado di fare previsioni attendibili e accurate di lungo periodo e nessuno, quindi, è in grado di imporre regole “ferree quanto intelligenti” per indirizzare il mercato nella direzione voluta/sperata.

    Anzi, maggiori sono le regole, maggiore il rischio che un cigno nero, un evento altamente improbabile, ma non impossibile, spazzi via in un attimo tutto il sistema!
    No, la soluzione non è nell’avere più regole, ma meno!
    Le regole non ci proteggono davvero, ci danno solo una protezione illusoria che porterà a crisi di maggiore entità! Chi parla di “regole” è un presuntuoso che ignora i limiti della propria conoscenza imperfetta e parziale, un illuso che pensa di poter prevedere il futuro con precisione (cosa impossibile).
    Le regole, quindi, nella migliore delle ipotesi, saranno imperfette e parziali!
    Nella peggiore, andranno a vantaggio di pochi e a discapito di molti!

    Scartiamo per carità di patria l’ipotesi dei fanfaroni in mala fede!

    Il profilo politico della globalizzazione è stato realizzare la possibilità di disporre di lavoratori salariati che avessero meno potere di quello che avevano acquisito col tempo e le lotte politico sindacali le classi lavoratrici americane ed europee.

    Comunisti de’ noantri, come se la globalizzazione non fosse stata da sempre l’obiettivo dell’Internazionale Socialista, del motto “lavoratori di tutto il mondo unitevi”, non abbia prodotto, nei fatti, una riduzione delle disuguaglianze tra un occidente ricco e un terzo mondo sottosviluppato e alla fame!
    L’obiettivo non è quello di ridurre le diseguaglianze e ridurre il divario tra ricchi e poveri, ma quello, egoista ed egocentrico, di fare il mio esclusivo interesse: se va bene a me (alle mie tasche), allora è giusto, se mi danneggia allora è sbagliato!

    Come se a portare avanti e a favorire e accelerare la globalizzazione, l’ingresso della Cina nel WTO, non fosse stato, per l’Italia, Prodi che Arboit e il uso PD ora vorrebbero come Presidente della Repubblica!
    Comunisti coi soldi degli altri!

    Da questo ragionamento si deducono valutazioni sulle politiche pratiche da attuare oggi. Per esempio:
    1) dannoso, direi vocazione suicida, indebolire ancora il potere contrattuale dei lavoratori;
    2) inutile finanziare gli investimenti a fronte di una domanda inesistente.

    Arboit, evidentemente, non ha capito che ormai la globalizzazione è un dato di fatto e che occorre ragionare in un’ottica globale e non limitarsi al proprio orticello (che non esiste più e non ha più ragion d’essere).
    O lo si comprende (e a quanto pare nel PD non lo hanno ancora capito) o le imprese andranno altrove a produrre, checché ne dicano Arboit e il PD, e noi precipiteremo nel Terzo Mondo!
    Certo, Abroit e il PD, vorrebbero una ripresa basata su spesa pubblica a debito, come se si trattasse di ripresa reale e non drogata e come se il debito, alla fine, non dovesse essere ripagato con gli interessi!
    Auguri!

    RE Q
  3. #3 scritto da Andrea D. il 26 gennaio 2015 12:50

    Da Leoniblog (VEDI

    I greci chiedono un nuovo ripudio del debito, e Tsipras vuole tornare a ciò che scrive Paul Krugman tutti i giorni sul New York Times: assunzioni pubbliche, spesa pubblica, sussidi pubblici.

    In Spagna Podemos, in Germania die Linke, in Italia SEL e un terzo del Pd, ma paradossalmente anche in Francia la signora Le Pen, e in Italia la Lega di Salvini e un bel pezzo degli eletti di Forza Italia, la pensano praticamente allo stesso modo.
    O quasi.

    “Basta austerità, serve un’altra Europa”, dicono tutti.
    Lo dice anche chi, in Italia, l’austerità non l’ha praticata MAI, visto che da noi la spesa è cresciuta – meno che in passato, ma cresce ancora – e abbiamo solo realizzato stangate fiscali, sul risparmio, sulla casa, sui consumi.

    [...]Ora che sono passati troppi anni dall’inizio dell’eurocrisi, ora che in alcuni paesi si sono accumulate perdite di prodotto e reddito per famiglie e imprese troppo elevate per non portare massicci consensi a chi promette di cancellarli adottando cose che pur nella storia si sono viste – perché la cancellazione massiccia di debiti attraverso ripudio e iperinflazione è avvenuta innumerevoli volte nella storia, dopo grandi conflitti o grandi default, sia pur con costi sociali che i politici che li ripropongono tacciono oculatalemente (chiedere agli italiani in Argentina, se avete dubbi) – è un bene che l’Unione Europea (e il Fmi) trovino di fronte a sé le richieste pure e dure di Tspiras.

    RE Q
  4. #4 scritto da Saccavini il 26 gennaio 2015 15:53

    Molto accurata l’analisi di Andrea,
    descrive analiticamente e puntualmente la situazione, ad uso dei lettori.

    fatico a considerare la acquisizione di elementi e contenuti raziocinanti da parte di chi pensa che la colpa di tutto sia la spectre della finanza globale che punta a impoverire la classe lavoratrice al fine di dar vita ad una reazione aontodemocratica, anzi. fascista…
    Quando si arriva a certe vette di presupposto ideologico per giustificare lo sconcio in cui il suo partito (agli altri congiunto) ha portato il paese e i Cittadini, considerarer la buona fede diventa arduo…

    buona giornata

    RE Q
  5. #5 scritto da Flavio T. il 26 gennaio 2015 15:59

    Dott. Andrea D.,
    uno dei miei Maestri di Fisica
    mi ha insegnato che da come si scrive, si deduce l’abito mentale, l’ordine e lo stile.

    Li accetta i miei complimenti ?
    Per gli altri auguri generici …

    RE Q
  6. #6 scritto da Saccavini il 26 gennaio 2015 16:00

    Un segnale forte perché l’Europa complessivamente adotti comportamenti più politici e meno supponenti.

    Sia però chiaro che la ripresa, la risalita vera dalla crisi può aversi solo in un contesto di:

    > severo controllo della spesa pubblica,
    > equilibrio di bilancio, senza più deficit,
    > trasferire la minor spesa in minori tasse, in aumento della capacità di acquisto e soprattutto della capacità competitiva delle imprese

    purtroppo con questo giaguaro possiamo star certi che avremo maggiori investimenti pubblici, con sprechi e affari “di famiglia” per chi fa parte del cerchio magico.
    Questo è quanto ci aspetta…. Andrea

    RE Q
  7. #7 scritto da Andrea D. il 26 gennaio 2015 16:40

    Difficile per i politici rinunciare al potere, al controllo, alla spesa pubblica. Più riescono ad accentrare, a controllare l’uso delle risorse grazie a questo o a quel provvedimento, maggiore è il loro potere e il loro ritorno sia in termini di consenso elettorale sia in termini di ritorni tangibili.

    Eppure abbiamo tutti ben presente i risultati mediocri, la mancanza di libertà e la povertà diffusa dei Paesi che hanno maggiormente centralizzato e messo tutto sotto il controllo dello Stato, dall’URSS, all’Albania, all’ex-Iugoslavia, alla Corea del Nord!

    RE Q
  8. #8 scritto da Saccavini il 26 gennaio 2015 17:33

    Qui da noi Andrea si è nel tempo strutturato un sistema, inizialmente misto (con origini pubbliche risalenti al ventennio mussoliniano: IRI, AGIP, Ansaldo Breda, Banche Nazionali, INPS, ecc.); nel dopoguerra a prevalenza privata.
    Man mano il pubblico ha assorbito aziende in crisi (Alfa Romeo, Alemagna, Motta, Cantieristica navale, Montecatini, ecc.), per modo che già a metà degli anni settanta l’apparato a gestione pubblica sul totale del PIL è divenuto prevalente.
    A questo si è affiancato, non pubblico, ma a controllo politico PCI/DC il sistema cooperativistico e le banche popolari locali, a formare un intreccio che ha associato le attività imprenditoriali che vivono di appalti pubblici. Ne è venuto fuori il “gattopardo” il potentissimo groviglio monopolistico entro le sue attività, che gestisce tutte le risorse dello Stato con finalità conseguenti di beneficio per se medesimi.

    La forza ha sue dinamiche interne, con qualche spostamento, simile in tutto al sistema “apparatchiki” che ha amministrato l’URSS, con indirizzi di fondo quasi identici:
    > monopolio o comunque assenza di concorrenza;
    > immobilità e contrarietà ai cambiamenti, viti come rischio per la gestione esistente;
    > inefficienza e familismo nelle cariche e nelle carriere;
    > ricerca delle motivazioni di spesa che fa premio sull’equilibrio di gestione…

    Non è totalizzante come in URSS (dei bei tempi), ma comunque molto forte e sostanzialmente inattaccabile, avendo cooptato tutti gli interessati possibili.

    Questo è oggi il gattopardo in Italia: che neppure i più fedeli agit-prop del sistema riescono più a difendere.
    Ecco che allora la colpa è della spectre… di un ente globale allo stesso tempo potentissimo ma non personale, che ha del misterioso nelle sue strategie e decisioni, che affama il popolo per costruire moti di rivolta, naturalmente antidemocratici e fascisti…..

    Non è una barzelletta, una bonaria presa in giro: semplicemente è così.

    RE Q
  9. #9 scritto da Andrea D. il 26 gennaio 2015 18:06

    Articolo leggero, provocatorio e satirico, ma denso di contenuti:
    http://www.lintraprendente.it/2015/01/la-peggio-gioventu/

    Tu prendi una popolazione del Mediterraneo, drogala di pubblico danaro, indebitala fino al collo, raccontando sempre che tanto non sono soldi veri, ma un semplice trucco contabile (e se così non fosse in ogni caso li pagheranno altri, i figli dei figli dei tedeschi …). Nel frattempo, in meno 20 anni, attua il più grande trasferimento di risorse della sua breve storia dal settore privato a quello pubblico. Se qualcuno obietta lanciagli contro l’accusa di liberista selvaggio, egoista e senza cuore. Appena si diffonde la notizia che la ricchezza accumulata nel corso di generazioni e di miliardi di ore di lavoro si sta bruciando a ritmi vertiginosi, fai balenare l’idea (e martellala ogni sera in tivù, con o senza Paragone) che la colpa è dei banchieri, della finanza fuori controllo, della Germania, del Bilderberg, del capitalismo senza regole.

    [...]Il buffone e il comunista sono nati alla metà degli anni Settanta, si fingono giovani oltre ogni ragionevole limite, visto che hanno quaranta anni. Ma la gioventù è la ruota sulla quale hanno costruito tutte le loro fortune. Falsa gioventù e comunismo farsesco son le ultime cartucce sparate da due Paesi ingrigiti che fingono di credere di poter usare i vecchi arnesi della politica per procrastinare sine die la fine del banchetto pubblico. Prima di appender fuori dalla porta il cartello “chiuso per Stato” continueranno a raccontare in tutta la sponda nord del Mediterraneo che sono gli scambi e l’economia ad uccidere. Mentre è la mano pubblica scambiata per economia.

    RE Q
  10. #10 scritto da Andrea D. il 26 gennaio 2015 18:09

    Accetto volentieri i complimenti, Flavio, così come le critiche, specie se sorrette da analisi logiche e solidi ragionamenti, cosa che, purtroppo, vedo di rado a Buccinasco e, peggio che peggio, in tutto il Paese.

    RE Q
  11. #11 scritto da Saccavini il 26 gennaio 2015 18:25

    Davvero ben fatto e, come spesso capita, la levità del racconto rende più efficace la descrizione della situazione:

    Luigi Marco Bassani è l’autore: un docente di spessore che ha avuto la fortuna (per i nostri epigoni della falce e martello, sarà la disgrazia) di crescere nella docenza con Gianfranco Miglio.
    Davvero lucida la descrizione, compresa la parte che denuncia lo sfruttamento pesantissimo dell’area imprenditoriale (prevalente il Nord), soggetta e sottoposta a politiche di spesa pubblica. Vale la pena aggiungere un altro suo periodo:

    A questo punto la storia dei due Paesi si biforca ma di poco. Quello che possiede l’alfabeto latino è convinto di poter ancora spolpare un piccolo nucleo di produttori asserragliato in un ridotto fra le Alpi e il Po. Vota e finge di aver fiducia in un buffone che promette che cambierà tutto perché nulla deve cambiare. Per chiarire bene il punto dà il benservito a uno che non ha una Cotta per lui e che esaminava la spesa pubblica come fosse troppa (il 57% di ciò che viene prodotto, che sarà mai?), e riparte con il torchio fiscale. Perché preoccuparsi dei lamenti e dei suicidi dei produttori quando ci sono ancora tanti forestali da salvare e da assumere?

    meditate gente…. meditate

    e…. MANDIAMO A CASA IL GATTOPARDO

    RE Q
  12. #12 scritto da Flavio T. il 26 gennaio 2015 21:55

    Rileggo il mio spunto:
    “Pensare bene della “finanza” in generale non è la stessa cosa del pensar bene dell’innovazione finanziaria.
    Senza “finanza” non ci sarebbero mutui, molti negozi al dettaglio chiuderebbero, molte imprese non potrebbero operare, molti studenti non potrebbero studiare. Senza titoli derivati molti agricoltori rischierebbero la fame in periodi di scarso raccolto.
    Ma questo non implica che anche qualche economista abbia qualche dubbio sull’efficienza complessiva di High Frequency Trading !
    Io sono un Fisico matematico e uno Scacchista !
    Educatevi ai benefici della finanza !
    Come mai teorie strampalate e con poca sostanza come quella di Piketty diventano immediatamente il “consenso” mondiale ?
    Non dubito che la ricerca in finanza potrebbe essere maggiormente orientata al perseguimento del bene comune !!”

    Chi sa giocare a scacchi, sa quanto ci si espone in un attacco.
    E chi sa fare Fisica sa come errori di millesimi di frazioni di angolo sono mortali negli anelli di accelerazione delle particelle, confinate da campi magnetici
    proprio perchè gli errori si propagano, non linearmente ma si sommano come minimo, danno origine a “figure di densità di probabilità, etc … che terminano nell’incontrollabiltà.

    Non vi tedio, perchè mi manca una lavagna.

    Il mio discorso era:
    quelli che fanno finanza “con il camice bianco dei Fisici” come me
    versus
    coloro che hanno ingannato con la finanza, e si sono ritrovati col PC in mano.

    La moralità cioè
    di chi è una “belva” a fare i conti, a gestire le complessità e a valutare i rischi
    versus
    chi pensa all’abito bello, all’ufficio bello, ma non sa usare la matita per fare i conti e le simulazioni.

    Le leve sono un esempio:
    intanto io parlo per me, per il mio lavoro di ogni giorno.
    I fidi di trading (per usare leve) bisogna chiederli alla Banca e ottenerli, così come una Società che noleggia Auto o Pulmann.
    Sapere far finanza “controllata” (chi è un Fisico, sa cosa sono le reazioni di E. Fermi controllate)
    richiede moralità, competenza e le scelte sbagliate si pagano,
    Non sono le parole al vento di Piketty o del sociologo comunista di turno.

    Chi, come il ns Arboit copia saggi di morale comunista, io manco lo leggo,
    do sempre l’impressione di assecondarlo solo perchè sono una persona “polite” !
    Non perchè non rispetti David, ma perchè a me interessano persone che pensano all’istante, persone di genio !
    David è filosofo, ciarlatano, persona confusa,
    detto con gentilezza, una persona “scolastica” per le mie competenze.

    Anche con te Andrea D., a volte ce l’ho, solo perchè non sei uno Sperimentale, non parti dai dati !
    Troppo assolutista nelle affermazioni a volte, giuste io credo e rinnovo i complimenti perchè hai una preparazione di Sc. Economiche alle spalle !

    Io in questo spunto sono partito dal mio piccolo lavoro, su FB PDBuccinasco-gruppo ho fatto dei numeri e degli ordini di grandezza ben chiari
    Ho spiegato cosa significa dover rientrare di 300.000 € di scoperto in tempi brevi (e quindi con un rischio “piccolo”).
    Non potevo pubblicare i conti che faccio su carta, anche perchè su quel gruppo il livello è bassissimo, scientificamente nullo, se si eccettua il Dr. Baldassarre che è un professionista.

    Tornando alle Scienze Sociali, ecco perchè mi fido soprattutto di A. Bisin, che è uomo di Econometria, e di L. Zingales, onestamente molto brillante.

    RE Q
  13. #13 scritto da Saccavini il 27 gennaio 2015 00:18

    Una riflessione aperta e saggia, Flavio T.

    Del proprio sapere occorre avere contemporaneamente: paura di sbagliare e sicurezza del sapere… in una parola, nella scienza, la lode del dubbio che ti fa tornare ogni volta sulle certezze per vedere se reggono.
    Il ritorno che se ne ha è maggiore sicurezza (un poco), sempre con il timore che domani ciò che oggi ci sembra certo, domani potrà esserlo meno.

    Se poi arriva chi detiene la verità nella scienza economica, politica e sociale, …. ecco che possono venire disastri.
    Non si tratta di scarsa capacità di contenuti e di analisi, solo conseguenza di dover leggere la realtà e interpretarla con gli occhiali dell’ideologia che tutto conchiude.
    Come una religione, con la differenza che non c’è l’immanente… il principio di tutte le cose.

    Anche quando tutto sembra andar storto, come in questa stagione malata della nostra Italia, ci deve reggere la fiducia nel nostro provare e riprovare…

    buona notte Flavio

    RE Q
  14. #14 scritto da Andrea D. il 27 gennaio 2015 01:21

    Ciao Flavio, è vero tu ed io abbiamo due approcci radicalmente diversi: tu sei uno scientifico, vieni dal mondo delle scienze perfette, io ho un retroterra economico e l’Economia non è una scienza perfetta, a voler ben guardare, forse, non è nemmeno scienza, se non in senso lato.

    Certo esistono modelli econometrici sofisticati ed estremamente complessi, ma sono unicamente vaghe rappresentazioni semplificate (a volte molto semplificate) della realtà, valide solo sulla base di determinati postulati, spesso difficili da riscontrare nel mondo reale.
    Basti pensare agli svarioni (a volte enormi) commessi da uffici studi avanzati come la Banca d’Italia o il FMI o la BCE, che dispongono di fior fior di economisti, teorici e matematici, sulle proiezioni degli effetti, anche a brevissimo termine (6 mesi), di una determinata manovra!

    L’economia è indissolubilmente collegata al comportamento e alle reazioni umane, difficili da interpretare e da prevedere. Impercettibili differenze, ardue non solo da prevedere ma perfino da individuare, possono produrre reazioni diametralmente opposte!

    Non conosco in maniera approfondita il tuo operato (mi piacerebbe avere l’occasione di discuterne, anche se temo che ne comprenderei solo la parte più superficiale), ma credo, visto che parli a noi e non al mondo intero dal tuo arcipelago (un’isola sarebbe poco), che tu non abbia il modello perfetto, ma solo un modello abbastanza buono (magari anche straordinariamente buono), probabilmente migliore di tanti altri, con un margine di approssimazione e di errore inferiore alla media, ma sempre presente.
    Un modello che, per quanto possa essere valido, non è e non sarà mai perfetto!
    Non ti basta aggiungere un margine di tolleranza per ottenere un risultato inattaccabile: esistono comuqnue aspetti che non riesci a prevedere!

    Ne approfitto per segnalarti un articolo, che forse avrai già letto, dal sito noisefromamerika su Zingales:
    http://noisefromamerika.org/articolo/tempi-duri-economisti-due-articoli-zingales

    RE Q
  15. #15 scritto da Saccavini il 27 gennaio 2015 08:55

    La riflessione di Andrea e interessante,

    tenere sempre presente e approfondire, cercare di farlo, la dinamica “imperfetta” dell’economia, è un aspetto da conservare.
    Anche uno stimolo a tenersi aggiornati a riflettere, a non limitarsi alle deduzioni più immediate, che ci paiono convincenti.

    Del link che ci segnala, scritto da Andrea Moro (docente di economia a Ca’ Foscari), ci piace segnalare l’incipit e una delle frasi conclusive:

    Tempi duri per gli economisti.
    La nostra professione non è mai stata tanto amata, per mille ragioni. Molte di esse son risibili o frutto di incomprensione delle questioni economiche o, peggio ancora, prodotto dell’eterno sogno di un mondo in cui vi sia il free lunch (pasto gratis per tutti, ndr). Ma alcune critiche dall’interno, contenute in due recenti articoli di Luigi Zingales, le condivido da tempo ed approfitto dell’occasione per discuterne.
    ………………………
    Ma la preoccupazione è legittima e non è male ricordare che massimizzare l’utilità non significa né massimizzare i consumi né i profitti. Zingales auspica che nelle business schools si insegnino le “norme sociali” che fonderebbero un mercato equo ed efficiente, dimenticando che, se queste norme ci fossero, non servirebbe insegnarle. Ma se i comportamenti “equi” non sono norme sociali, come improntare lo studio di economia e finanza a farli diventare tali? Sarebbe sufficiente cambiare i programmi di insegnamento? La risposta non è per niente ovvia, e l’articolo non ci illumina.
    Insomma, che il problema dell’economista “catturato” sia reale e in qualche caso grave non lo dubito, da parecchio tempo, così come non dubito che la ricerca in finanza potrebbe essere maggiormente orientata al perseguimento del bene comune.

    Il lettore interessato potrà utilmente leggersi le non brevissime riflessioni di Andrea Moro… consigliamo il piccolo sforzo.

    buona giornata

    RE Q

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