Veterocomunismo all’amatriciana.

(12 Ottobre 2014 Andrea Dalseno) Ho avuto occasione di leggere un articolo di David Arboit sul sito del PD (VEDI). L’appiglio usato dal Consilgiere del PD è stata una trasmissione televisiva nella quale si parlava di Piketty, moderno economista francese di una sinistra vecchio stampo. Prendendo spunto dalle tesi di Piketty contenute nel libro “Il Capitale nel ventunesimo secolo”, Arboit si lancia in un’analisi dalla quale traspare tutto il suo fervore ideologico per una sinistra dei tempi che furono e che, allo stesso tempo, mostra la sua modesta, per non dire nulla, conoscenza dei fondamenti delle teorie liberiste.

In primo luogo Abroit sorvola sul fatto che, ormai, nel mondo nessuno si appoggia più alle teorie di Marx, se non qualche angolo sperduto del pianeta, caratterizzato da dittatura, povertà e sottosviluppo. Tutto il resto del mondo si affida al libero mercato, mostrando, pur con crisi e difficoltà, un livello di libertà e di benessere di qualche ordine di grandezza superiore ai paesi comunisti. Persino la Cina, che rimane una dittatura, ha iniziato a crescere ed è diventata una potenza mondiale da quando ha iniziato ad abbracciare, anche se non in toto, in particolare sul mercato interno, le teorie del libero mercato.

Arboit mostra di non capire affatto il postulato fondamentale del liberismo: l’economia non è una scienza esatta e quindi nessuno è in grado di fare previsioni attendibili nel lungo periodo! Una rapida lettura a “Il Cigno Nero” di Taleb e “L’intelligenza del denaro” di Mingardi, entrambi disponibili nella biblioteca di Buccinasco, l’aiuterebbe a migliorare il proprio approccio, se non altro per sostenere le proprie tesi con un po’ più di appropriatezza e con argomenti più efficaci.

Nelle scienze esatte, come la fisica o la matematica, è possibile elaborare modelli perfetti nei quali fare previsioni accurate e attendibili. La stessa cosa vale anche nelle scienze applicate, come l’ingegneria, tenendo conto degli errori e delle approssimazioni che insorgono passando dai modelli teorici a quelli reali. In economia questo non è vero! La storia, recente, del fondo LTCM, fondato da due economisti insigniti del premio Nobel, ne è una palese conferma. Il fondo basava la propria operatività su modelli sofisticati e complessi che, però, messi di fronte a un accadimento altamente improbabile, ma non impossibile, un Cigno Nero appunto, hanno mostrato tutta la loro fragilità e hanno causato il tracollo del fondo. Nessuno è in grado di fare previsioni attendibili nel lungo periodo!

Le teorie di Piketty si basano su un mix di spesa pubblica, alta imposizione fiscale e imposte patrimoniali tali da consentire la redistribuzione della ricchezza. Ci risparmia, per ora – rimane il dubbio che tali tesi non siano affatto superate, ma solo temporaneamente accantonate – l’esproprio proletario e la rivoluzione bolscevica.

La Francia di Hollande ha, in parte, messo in atto tali tesi, con un cospicuo aumento della tassazione sui redditi (fino al 75%) e gli effetti sono stati che dei 30 miliardi di euro di maggiori entrate previste nel 2013 ne hanno portati a casa poco più della metà, che la crescita nel 2014 si è fermata, che la disoccupazione continua a galoppare e che Hollande ha una popolarità talmente in caduta libera che alle prossime elezioni potrei batterlo anch’io.

Per chi volesse approfondire le critiche liberiste alle teorie di Piketty, rimando a un’interessante articolo a firma di Oscar Giannino, pubblicato sul blog Bruno Leoni (VEDI) del quale riporto brevemente il passaggio più significativo:

La prima è che Piketty vuol riportare il dibattito economico ai Tempi di David Ricardo, così atterrito della disparità di valore della terra di fronte all’effetto scarsità rappresentato dalla crescita della popolazione, da proporre mega imposte sulla proprietà: peccato che, all’inizio dell’Ottocento, non potesse prevedere i salti di produttività creati dalle tecnologie successive. Per fortuna, abbiamo tonnellate di evidenze che l’effetto scarsità rappresentato dalla finitezza delle risorse fisiche e della limitata dispersione dei mezzi finanziari non abbia affatto impedito la moltiplicazione dei redditi e del benessere.

La seconda è che Piketty mistifica ciò che avviene globalmente nel mondo, rispetto ai Paesi avanzati: se dagli anni Ottanta il pendolo nei Paesi Ocse è tornato dopo decenni a premiare i ricchi, nel resto del mondo centinaia di milioni di umani sono usciti dall’economia di mera sussistenza  diventano consumatori globali. Scusate se è poco, visto che è il consumo la vera molla della crescita (Piketty sembra ignorarlo del tutto, ovviamente è un’ignoranza volontaria).

Terzo: leviamoci dalla testa che il problema italiano sia risolvibile con mega patrimoniali e tassazioni dei redditi ancora più elevate. Noi stiamo soffrendo per l’eccesso di imposte dirette, indirette e patrimoniali che crescono insieme, in questi anni. E quanto al premio dei patrimoni rispetto ai redditi, forse è il caso di rileggere i dati Bankitalia sul deprezzamento dei patrimoni immobiliari nel 2013, per nulla sostituiti dagli andamenti dei redditi da attività finanziarie.

L’articolo di Arboit si chiude con un classico esempio di retorica politica. Arboit sostiene che (i grassetti sono miei):

La parola “politica” accanto alla parola “economia” l’ha messa per primo Marx, quando ha inventato la “critica dell’economia politica”, mentre gli altri grandi economisti inglesi, che lui appunto critica, avevano in mente solo una “economia naturale”, meccanicista appunto, cioè incontrollabile, non orientabile con un progetto umano. La parola “politica” significa libertà di scelta, volontà, progetto, per fare giustizia di meccanismi naturali ingiusti.

Una sorta di sillogismo che da premesse vere giunge a una conclusione palesemente falsa. In primo luogo incontrollabile e non orientabile sono l’esatto contrario di “meccanicistico”, che implica controllo e prevedibilità! Inoltre, per poter tradurre la mia volontà in progetto, devo essere in grado di fare previsioni attendibili, altrimenti il tutto si trasformerebbe in una sorta di terno al lotto, ma, come abbiamo visto, in base al postulato, inconfutabile, della teoria liberista, nessuno è in grado di fare previsioni attendibili per il lungo periodo. Non c’è quindi modo che la politica possa plasmare l’economia; non potrebbe nemmeno se i “politici” fossero dei super-geni, dei maghi dell’economia, figuriamoci se possono farlo degli individui mediocri!

Meno Stato e più mercato!

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  1. #1 scritto da Saccavini il 13 ottobre 2014 08:31

    Siccome la festa della spesa pubblica nel mondo occidentale è in crisi e sta finendo;
    Poiché ciò costringe a ripensare il modello della spesa pubblica, del far politica, obbliga a uno Stato leggero;

    Le forze della reazione (così in altri tempi veniva chiamata l’economia di libero mercato: definita capitalismo), che ora sono diventate il coacervo di interessi che del far politica pubblica si sono alimentate, ingrassate,

    agiscono perché il mondo resti fermo com’è. In una parola i partiti (fondamentalmente i “progressisti” d’una volta) intendono promuovere uno stato che accentra l’economia, la pianifica, ne gestisce la ricchezza prodotta,

    tutto ciò mentre il fare impresa riduce ogni giorno di più il margine di contribuzione e affronta un cambiamento epocale cui è obbligata dalla globalizzazione.


    STATO LEGGERO = MERCATO FIORENTE = PIU’ LAVORO = UGUALE PROGRESSO


    STATO DIRIGISTA = POCO LAVORO = ASSISTENZIALISMO DA SOPRAVVIVENZA

    Quindi, caro Andrea

    MENO STATO PIU’ MERCATO

    RE Q
  2. #2 scritto da Andrea D. il 13 ottobre 2014 11:47

    L’articolo mette in luce un’aspetto a mio avviso fondamentale: la presenza, all’interno del PD, di anime tra loro inconciliabili.

    Intendiamoci, il mondo reale, in particolare in Europa, è molto distante e diverso da un mondo ideale completamente liberista (che rimane un modello astratto) e quindi c’è spazio per l’intervento della “politica”.

    Il problema è l’ottica con la quale l’intervento deve essere messo in atto: da una parte la convinzione, infondata, di poter operare le scelte giuste, dall’altra la consapevolezza di fare interventi riparatori e aggiustamenti di breve periodo per lasciare spazio affinché il mercato faccia, per quanto possibile, il proprio lavoro.

    La prima ipotesi è semplicemente errata e non può che avere conseguenze disastrose, la seconda lascia ampi spazi di discrezionalità nei quali si possono riconoscere, con sensibili differenze di approccio non giudicabili a priori, la destra e la sinistra moderne.

    RE Q
  3. #3 scritto da Giorgio Vismara il 13 ottobre 2014 18:44

    Buonasera,

    Oggi una delle più importanti e vecchie realtà industriali ci ha definitivamente lasciato…. Si chiamava FIAT.

    E questi “sinistri” signori che col loro illuminato pensiero hanno contribuito in modo decisivo a ridurre questo paese con le pezze sul didietro, hanno ancora il coraggio di riproporre quelle idee!

    Non capisco perchè, quando esistevano l’unione sovietica, e la repubblica Popolare Cinese di Mao, non sono migrati per quei lidi paradisiaci invece che rimanere qui a far danni.

    Così come non capisco con quale coraggio insistano nel proporre modelli di società ormai rinnegati persino dalla Cina e da Cuba.

    Intanto il lavoro latita.
    Investimenti non se ne vedono,
    le aziende sane scappano,
    i giovani emigrano e noi stiamo qui

    a fa cume l’Isacc che’l strascica i camìs per giustá i sacch.

    Su alègher

    giorgio vismara

    RE Q
  4. #4 scritto da Saccavini il 15 ottobre 2014 20:34

    Piketty a Buccinasco. Dopo decenni di silenzio, con la crisi della globalizzazione che i protrae, rispunta qualche economista che si impegna a dare una risposta dirigista all’economia, al mercato.
    Uno di questi è diventato addirittura ministro in Argentina, l’altro è Piketty… probabilmente ne verranno altri. Facile previsione finché la crisi della globalizzazione, fra scelte giuste e altre meno, troverà un percorso di riequilibrio.

    Questo il momento e il motivo che Città Ideale ritiene principale, della fortuna editoriale del libro di Piketty. In genere l’economia non ha grandi tirature: richiede sforzi di comprensione, applicazione e conoscenze non banali.

    Che la risposta economica alla globalizzazione dei mercati sia mantenere agli stati (alla politica) i controllo diretto della gestione e ripartizione delle risorse può essere una tesi del futuro, tutta da dimostrare nel concreto del globo.

    Fino ad ora queste scelte hanno portato a disastri inenarrabili in tutti i luoghi ove si è applicata: pensare di riprovarci è cosa ardita, anche se ha il consenso interessato delle democrazie dalla politica divenuta partitocrazia (garantisce a loro il possesso).

    Parlarne in Italia e sostenere ciò sarebbe cosa da “indice dei libri proibiti”, tanti sono i danni che produrrebbe, oltre a puntellare uno stato sprecone, disastroso, corrotto, monopolista e centralizzatore.

    In Italia l’imperativo di oggi, categorico e assoluto, resta uno solo:

    MENO STATO PIU’ MERCATO

    RE Q
  5. #5 scritto da Flavio T. il 16 ottobre 2014 21:48

    Buonasera Luigi !
    Non venda troppe parole !
    Vada a giocare al Pantheon o alle Grazie,
    a cercare il punto esatto dove si posò una macchia di sole
    un mattino …
    “Nulla sine fructu transeat hora” !

    F

    RE Q
  6. #6 scritto da Saccavini il 17 ottobre 2014 10:33

    Non far passare un giorno senza aver scritto qualcosa….

    le parole scritte sono lo scolpire del pensiero,
    (sulla pietra come nella carta o digitata nel PC, lanciata, che vola nell’etere)
    e fermarlo, il pensiero
    poi rileggerlo,
    per ripensarlo,
    limarlo,
    correggersi,
    migliorarsi,
    approfondire, rflettere,
    cogliere il limite al fine di superarlo,
    ricominciando daccapo

    buona giornata

    RE Q

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