La corruzione pubblica: uomini o sistema?

Renzi ne fa una questione di uomini. Sbaglia. Quando succede una tantum, potrebbe anche andare questa valutazione. Qui siamo ad un procedere sistematico che impasta politica e faccendieri. Non si chiamino imprese, anche se operanti in forma di S.p.A. o di società pubbliche, questi non rischiano nulla perché gli affari sono fuori mercato: sono degenerazione dello statalismo.

Si domandi Renzi (e con lui tutti i politici che dispongono ancora di un barlume di dignità per la loro funzione) quali sono i meccanismi che portano “quelli che sbagliano” alla crescita nell’apparato, a eleggere sindaci, presidenti, amministratori di estrazione politica che in forma degenerata e così diffusa rappresentano gli interessi dei partiti che li hanno nominati.

Si domandi Renzi (con quelli citati prima) quali sono i meccanismi che portano a selezionare questi personaggi “politici”, che identificano il far politica con gli interessi della forma partito come oggi presente (insieme a ciò, è naturale, l’identificazione si mischia con il proprio tornaconto).  Se lo domandi.  Identifichi le ragioni primarie che portano i partiti a mantenere l’occupazione del potere, anziché la funzione di servizio.

Si chieda ancora Renzi (e quelli citati prima) quale è la distanza, la divisione, fra il partito formale e gli interessi sostanziali che sovrastano, sotto traccia ma sovrastano la gestione del partito, eletti e selezionati per fare interessi, per sostenere indirizzi e leggi che a questi interessi sono declinati.  Si fermi cinque minuti e ci rifletta.  Mente reattiva, capirà subito il che fare davvero.

Anomalia Renzi, portato a condurre il partito maggiore grazie all’unica forma di delega: le primarie. Senza la quale avrebbe avuto la strada sbarrata: Renzi si trova al dunque. Come gli ha ricordato il presidente di Confindustria: con il suo risultato non ha più scuse. Siccome non è obbligato a governare, avendo il potere di decidere pigli l’autostrada delle riforme senza guardare alle strattonate che riceve.

Fosse cacciato, il giorno dopo sarebbe il candidato di tutti gli italiani al di fuori dei partiti. Potrebbe addirittura ottenere la maggioranza, al di fuori dei partiti.  Deve essere in grado, deve essere capace di farlo però.  Sarà in grado di farlo?  Questo il problema politico del periodo.  Se però si limita a vedere gli errori di chi sbaglia, parte male.

Riguardo alle riforme che portino a rinnovare il far politica proviamo a suggerire qualche ipotesi, sintetica, se si vuole sbrigativa, ma questa è la faccenda: smontare il sistema, non lavarsi le mani dando la colpa a chi è stato beccato. Cominciamo con l’applicazione ferrea dell’art 49 della Costituzione.

Art. 49. Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale.

Il problema sta nell’inciso: “per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Perché in settant’anni questo dettato costituzionale non è stato reso operante?   La risposta sostanziale è semplice: le segreterie dei partiti, di tutti i partiti come oggi costituiti, perderebbero la concezione proprietaria del partito che gestiscono.  Fra le immense paginate che studiosi ed esperti hanno sul tema prodotto, ci limitiamo, per la sintesi ed efficacia, a citare questa di Vittorio Toffanetti (non a caso pubblicata sul sito del M5S):

 I nostri partiti politici non rispettano affatto (e si sono sino ad oggi sempre furbescamente rifiutati di rispettare) il dettato costituzionale dell’art. 49 Cost . E non rispettano affatto il fine ultimo perseguito con questa norma dai Costituenti; cioè quello di imporre ai partiti politici l’obbligo di dotarsi di personalità giuridica, di adottare uno statuto conforme a quello delle società disciplinate dal codice civile, con i relativi organi amministrativi e disciplinari, con conseguente obbligo di pubblicare i bilanci, con la conseguente responsabilità civile e penale degli amministratori, con l’assunzione di una disciplina, o “metodo democratico” interno per il libero accesso al partito e il libero svolgimento dell’attività.

Non è tutto, c’è ancora molto di più (a cominciare dall’impiego sistematico della rete, per sollecitare e far crescere la partecipazione dei Cittadini).  Cittadini che diventano azionisti; segreterie che ne sono gli amministratori. Che sono pro tempore: anche nei partiti. I politici d’oggi sentono questo termine come una parolaccia nei confronti della politica.  Non è altro che la Democrazia: quella vera.

Va smontato e ricostruito il sistema: i partiti devono dotarsi di anticorpi normativi che espellano al primo tentativo coloro che intendessero percorrere la vita pubblica come occasione d’affari (propri, o del partito  che fossero).  Per tornare al titolo non è questione di uomini “che sbagliano”.   E’ il sistema: oggi marcio dentro.  Se, sia pure in chiave elettorale (col sospetto di convenienza) arriva il nostro Maiorano ad affermare che i partiti devono cambiare, coma fa a non capirlo Renzi?

AMMAZZIAMO IL GATTOPARDO

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 10 giugno 2014 01:19

    In tema di corruzione e appalti è stato recentemente pubblicato un interessante articolo sul Leoniblog (VEDI). Eccone un piccolo estratto:

    Lo ha detto bene Nordio commentando la vicenda del Mose:

    troppe regole creano confusione, ambiguità e occasione di illeciti. Solo la chiarezza delle norme e la trasparenza delle procedure, che non può prescindere dalla prima, possono costituire l’ambiente giuridico adeguato a separare il grano dal loglio e possono minimizzare le occasioni di corruzione.
    [...]
    Finché ingenti risorse pubbliche saranno stanziate per finanziare lavori che vengono aggiudicati e gestiti in un intreccio di rapporti tra pubblico e privato, reso opaco dalla complicatezza e ambiguità delle regole e dall’incertezza nell’esecuzione delle pene, non sarà la stigmatizzazione dei disonesti di oggi a scongiurare la corruzione di domani.

    RE Q
  2. #2 scritto da Saccavini il 10 giugno 2014 10:15

    Riceviamo stamani una riflessione pensosa di Franco Gatti che riguarda le regole, l’etica e i limiti; a fagiolo sugli argomenti di questo post, usciremo a brevissimo nella forma di articolo, date le dimensioni.

    Importante che del tema si parli, che lo si affronti.

    Nessun sistema può reggere solo sull’auto decisione di chi esercita il servizio di amministratore della cosa pubblica.
    Ci vogliono le regole

    RE Q
  3. #3 scritto da Saccavini il 10 giugno 2014 10:30

    Lanzetta, ministro delle Regioni nel governo Renzi, in quota Civati (minoranza sinistra nel PD), secondo i giornali, è un esempio illuminante di quanto trasversale e diffuso sia lo spregio delle regole che dovrebbero essere cardine di una amministrazione sana ed efficiente.
    Soprattutto autorevole..

    Sindaco di Monasterace/RC dal 2005, 3mila abitanti, ha lasciato l’incarico dimettendosi, con un buco certificato dalla Corte dei Conti, che rileva anche amministrazione peggio che allegra: nel 2011 il bilancio del comune iscrive beni “insussistenti” per 1,117 milioni.
    Vi sono inchieste in corso, ma il procuratore del tribunale “si lascia sfuggire che il procedimento potrebbe essere archiviato”.
    Ci racconta la storia Panorama:
    http://news.panorama.it/politica/Ministro-Lanzetta-antimafia-indagine

    Non ci sarà nulla di penale (a noi comuni mortali sembra arduo sostenerlo), ma un amministratore del genere, come può condurre un ministero che gestisce miliardi da distribuire alle regioni?
    Come può il presidente del consiglio annoverarlo fra i ministri, il presidente della repubblica asseverare la nomina, facendolo giurare?

    L’esempio è solo un esempio, eclatante, di un sistema che deve scomparire.
    Sembra difficile che possa farlo Renzi, ma non ha lui e non ha il paese alternative praticabili.
    Fatto salvo l’antisistema: il M5S.

    RE Q

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