Economia globale e Occidente: riflettiamoci

In Occidente, parliamo dei paesi “sviluppati”, fino a ieri gli unici del globo,  ogni paese è focalizzato sui propri problemi, le proprie questioni. Visione sfocata che viceversa riguarda le faccende degli altri paesi: che facciano parte dell’Occidente o meno. Succede così che di come si stia andando ciascuno abbia una visione parziale in base alla quale poi vengono presi decisioni e indirizzi economici, politici, parziali.

Per carità, i momenti di esame e confronto svolti in comune fra questi paesi non è che manchino. Non siamo informatissimi e attrezzati per esprimere una indicazione con approfondita conoscenza di causa. Però qui e là leggiamo, divoriamo notizie e espressioni ai più diversi livelli, che cerchiamo di classificare creando i legami logici da cose apparentemente distantissime (il che ci riesce ancora bene, crediamo).

Sembra che questi consessi siano incapaci di svolgere analisi sistematiche sulle tendenze economiche (prevale l’analisi finanziaria dei problemi: un tamponare questioni immediate rimandando le analisi profonde di una tendenza. Seduti su quanto di positivo emerge dall’abbattimento delle barriere economiche, della liberalizzazione dei mercati, ne vedono le conseguenze di casa Occidente come un peanuts: poca cosa. Cominciamo con un sintetico estratto da un volume recente dal carattere dissacrante, che sta facendo discutere:

Perché il capitalismo non funziona: …… Chiunque abbia la fortuna di essere proprietario in un’epoca in cui le rendite (finanziarie, ndr) superano il valore della produzione, si arricchirà sempre di più in modo abnorme. L’incentivo sarà quello di privilegiare la rendita rispetto al rischio e all’innovazione (Thomas Piketty 2014 – il capitalismo nel XXI secolo. Economista all’università di alti studi economici di Parigi, con una vena di neo-marksismo – sta avendo una diffusione e discussioni rilevanti). 

Qui è denunciato l’assurdo economico in cui vive l’Occidente e il mondo intero. Il gonfiarsi di una bolla finanziaria che continua a crescere su se stessa, con immense quantità di capitali impiegate in arbitraggi finanziari, che rendono molto di più dell’impiego nell’economia reale: produzione, commercio e servizi. Le conseguenze di lungo periodo che descrive Piketty (Piketì in francese) non sono dietro l’angolo ma quello che indica come percorso è verosimile.

Prediamo adesso una analisi economica di un settore USA importante come la scuola superiore, che prosegue come nell’ultimo secolo: ilSole24Ore a firma Pierangelo Soldavini

In fatto di debiti privati, negli Stati Uniti fanno paura i debiti contratti dagli studenti e dalle loro famiglie per finanziare gli studi universitari: una montagna che sta rapidamente crescendo e che ha già superato i 1.200 miliardi di dollari. Prestiti di solito senza garanzie, se non il futuro reddito dello studente quando inizierà a lavorare, che minacciano di trasformarsi in quello che i mutui subprime sono stati cinque anni fa nell’innescare la crisi finanziaria globale. Non è un caso che il presidente Obama nell’ultimo discorso sullo Stato dell’Unione abbia fatto esplicito riferimento a questo problema e abbia fatto approvare una legge che pone il limite del 10% sul reddito per la restituzione dei debiti universitari. Intanto la disoccupazione ha fatto lievitare il tasso di insolvenza su questi prestiti, che nel 2011 aveva raggiunto il 10%: da allora non è più stato possibile averne il conto, che è sicuramente lievitato.

Qui vengono messi in gioco: Uno le potenzialità di occupazione su professionalità usuali, per quanto avanzate oltre oceano (se pensiamo all’Italia, il confronto fa piangere); quindi un certo ritardo nella previsione delle nuove professionalità, che si evolvono troppo in fretta. Due l’economia USA non ha più aspettative di crescita che richiedono crescente domanda di iperspecialisti nel senso dato nel secolo scorso. Si dovrebbe segmentare le categorie in modalità nuove, diffondendole e riducendone le capacità di reddito attese (ma i prestiti d’onore rischiano l’insolvenza).

Prendiamo infine una analisi su un Regno Unito di cui non si parla: …”arrivo martedì mattina (Great Yarmouth, nel Norfolk), c’è il sole ma parlando con gli abitanti mi accorgo di una specie di nuvola nera che avvolge la città: negozi “tutto a una sterlina”  ad ogni angolo, scarse prospettive per il turismo, nessuna opportunità (di lavoro, ndr) per i giovani, in più c’è l’immigrazione…. Tutto si spiega con le difficoltà di un’economia regionale basata sull’orticoltura e su ciò che rimane sull’industria turistica, entrambe affamate di manodopera straniera a buon mercato. L’ondata migratoria verso aree che in passato non avevano mai sperimentato quella che nel linguaggio moderno viene chiamata “diversità”, ha provocato una prevedibile corsa al ribasso nel mercato del lavoro…. L’economia è in crisi e la gente è preoccupata: c’è un flusso enorme di immigrati non specializzati dagl ialtri paesi europei. Nessuno si lamenta dei medici e degli infermieri che lavorano all’ospedale, da qualsiasi paese vengano. Ma per i lavoratori senza nessuna qualifica è diverso. Ecc. (a Destra di Londra – John Harris, The Guardian – da Internazionale)

Si può capire da questi sprazzi diversificati, che in Occidente un po’ tutti soffriamo degli stessi problemi. Incapaci di adeguare il tenore di vita ad una produzione di ricchezza che si sta riducendo. Tutti siamo indebitati oltre misura e nessuno può ragionevolmente credere che si possa tornare a capacità di reddito che consentano una riduzione in tempi brevi… Anche di ciò dobbiamo considerare quando pensiamo alla montagna di miliardi di debito: siamo in prima fila…..

 

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  1. #1 scritto da Andrea D. il 29 aprile 2014 11:56

    Il libro di Piketty e le tesi in esso contenute sono stati oggetto di un’analisi da parte del Leoni Blog (VEDI).
    Ne riporto le conclusioni:

    [...] Ma per dirla in tre sole proposizioni sintetiche, ecco le ragioni per le quali non vorremmo che Piketty diventasse popolare in Italia.

    La prima è che Piketty vuol riportare il dibattito economico ai Tempi di David Ricardo, così atterrito della disparità di valore della terra di fronte all’effetto scarsità rappresentato dalla crescita della popolazione, da proporre mega imposte sulla proprietà: peccato che, all’inizio dell’Ottocento, non potesse prevedere i salti di produttività creati dalle tecnologie successive. Per fortuna, abbiamo tonnellate di evidenze che l’effetto scarsità rappresentato dalla finitezza delle risorse fisiche e della limitata dispersione dei mezzi finanziari non abbia affatto impedito la moltiplicazione dei redditi e del benessere.

    La seconda è che Piketty mistifica ciò che avviene globalmente nel mondo, rispetto ai Paesi avanzati: se dagli anni Ottanta il pendolo nei Paesi Ocse è tornato dopo decenni a premiare i ricchi, nel resto del mondo centinaia di milioni di umani sono usciti dall’economia di mera sussistenza diventano consumatori globali. Scusate se è poco, visto che è il consumo la vera molla della crescita (Piketty sembra ignorarlo del tutto, ovviamente è un’ignoranza volontaria).

    Terzo: leviamoci dalla testa che il problema italiano sia risolvibile con mega patrimoniali e tassazioni dei redditi ancora più elevate. Noi stiamo soffrendo per l’eccesso di imposte dirette, indirette e patrimoniali che crescono insieme, in questi anni. E quanto al premio dei patrimoni rispetto ai redditi, forse è il caso di rileggere i dati Bankitalia sul deprezzamento dei patrimoni immobiliari nel 2013, per nulla sostituiti dagli andamenti dei redditi da attività finanziarie.

    Il reddito da lavoro di un Paese è il prodotto tra salario medio e produttività: da noi il problema è di elevare la produttività anche a costo di scontare che nel breve parecchi cambino lavoro, piuttosto che vivere in un paese in cui ciascuno ha un salario medio più elevato ma a produttività stagnante. No, non è la diseguaglianza il problema numero uno italiano, né la patrimoniale la sua risposta. Qui la patrimoniale la dovrebbe pagare lo Stato, a partire dalla sua immensa manomorta immobiliare, che è incapace di mettere a reddito.

    RE Q
  2. #2 scritto da Saccavini il 29 aprile 2014 18:31

    Buona giornata Andrea,

    l’obiettivo della citazione riguarda la dinamica che porta il sistema economico Occidentale a far reddito sulle transazioni finanziarie mentre la capacità di reddito di imprese e servizi in Occidente si appiattisce, non trova capitali per investire e rinnovarsi.

    Che Piketty sia un economista curioso, quasi sperimentale, è pacifico.
    Concordo con le analisi dell’IBL; soprattutto poi in una ipotesi di patrimoniale che fosse punitiva per imprese e imprenditori: in questo periodo aggiungerebbe difficoltà al fare impresa e all’occupazione.
    Un assurdo.

    RE Q
  3. #3 scritto da Andrea D. il 29 aprile 2014 22:37

    Sempre dallo stesso articolo del Leoni Blog:

    Di qui la ricetta politica di Piketty: accentuazione iperprogressiva delle imposte sui redditi, con aliquote marginali fino all’80%. E mega tasse patrimoniali sulla parte “alta” della piramide della ricchezza. Altro che uscita dall’euro e ripudio dei debiti – ai quali , comunque, Piketty non è del tutto contrario – una tassazione feroce è l’unica maniera perché il capitalismo degli straricchi non abbia definitivamente ragione della democrazia e della libertà di tutti.

    Un sogno per i politici “sociali”, cioè per quella classe di politici che anziché cercare di favorire la crescita della ricchezza (di tutti), preferiscono occuparsi della redistribuzione del prodotto esistente.

    RE Q
  4. #4 scritto da Saccavini il 29 aprile 2014 22:53

    Pensare ai politici che mettono ordine al “mercato” andando a prendere i capitali accumulati da imprenditori (i “Capitalisti”,il Grande Capitale”, le “sanguisughe” che comer tanti dracula succhiano la vita ai “lavoratori”), deve far paura.
    L’unico effetto che genererebbe: Il capitale allo stato, alla partitocrazia, con il monopolio delle sue scelte!!

    Allora si che saremmo “socialmente” a posto: un unico grande cimitero….

    RE Q

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