Flessibilità e lavoro. Discussioni sul vuoto: la realtà è un’altra

Ciò che Renzi ha denominato Jobs Act, sta in questi giorni impegnando esperti del lavoro, sociologi, economisti, docenti universitari e, non ultimi come ci si può immaginare, sindacalisti e perfinire: il  sistema partitocratrico che è sotto elezioni. Sembra di assistere al Consiglio Comunale dell’otto Aprile a Buccinasco in cui tutti e per un’ora filata si sono impegnati a sostenere il “di più” nel garantire la continuità dell’occupazione al dipendenti della Fondazione Pontirolo.

In mezzo a tutti questi discorsi da specialisti e “politici impegnati nel consenso”, come al solito ci si dibatte su temi sofisticati. Gli uni perché probabilmente troppo immersi nell’intricata normativa faticano a vedere  semplice. Gli altri, i politici,  impegnati a dimostrare che loro tutelano tutti: chi non ha lavoro e chi ce l’ha: non devono perdere neanche un voto.

Il risultato di tante chiacchiere? non ci si capisce molto: tutti hanno ragione e nessuno spiega le questioni elementari, quelle che un “pierino” qualsiasi tirerebbe fuori come un uovo di Colombo: se ci sono disoccupati, dobbiamo incentivare il lavoro e l’occupazione. Quindi? bisogna spiegare l’acqua calda:

Cosa frena le aziende nell’assumere? Inun  mercato privo di linee stabili di sviluppo: l’azienda è prudente nell’assumere perché viaggia a vista e teme in breve un calo degli ordini e non intende trovarsi con dipendenti in esubero.  La situazione del mercato non può modificarsi in tempi brevi: bisogna convivere con questo periodo di riequilibrio nell’economia, che non sarà breve.

Come fare per invogliare le aziende ad assumere?  Liberalizzare l’uscita, in caso di esubero. Sembra una condanna ma non si può farne a meno; richiede uno sforzo, un cambio di mentalità.  Se l’azienda ha costi contenuti e regole certe per dismettere dipendenti in esubero, quando ha bisogno di assumere non ci pensa due volte e assume. Se l’uscita è semplice e certa, assume anche senza termine, il cosiddetto tempo indeterminato.

Veniamo da un periodo molto lungo nel quale ogni anno si cresceva un pochino, il lavoro tendeva ad essere stabile, gli occupati ad aumentare o rimane stabili; il turn over causato soprattutto dalle uscite volontarie.  In queste condizioni blindare gli assunti, garantire il tempo indeterminato, è stato comprensibile. Col senno di poi scelta non avveduta ma è andata così. Il mondo adesso è cambiato! Bisogna aprire gli occhi e liberare il lavoro.

Regole ferree su comportamenti vessatori del tipo che in questa fase sta succedendo nel nostro municipio; rispetto della dignità di coloro che vivono di lavoro, ma rompiamo le righe. Sciogliere le armate inquadrate in fila per otto a centinaia di colonne. Il piazzale è di tutti e per tutti, dove ognuno va dove preferisce o dove capita in un certo momento e continua a cercare e trovare, cambiare occupazione.

Non si deve più aver paura perché il welfare garantirà comunque un assegno per tirare avanti. Il lavoro oggi è così, non solo in Italia ma in tutto il mondo. Situazione un po’ diversa (ma non troppo) nelle aziende medio grandi e nei gruppi globali, dal’organico più stabile. Ci vuole tempo e una politica lungimirante che sviluppi di nuovo l’attività manifatturiera: ci vuole tempo per realizzarla.

Pensiamo a quante sono le aziende ferme a 15 dipendenti per evitare il capestro dello statuto dei lavoratori; idem le cooperative, ove lo statuto non si applica. Se l’uscita fosse semplificata (e meno costosa) solo questo aspetto libererebbe le offerte di lavoro per centinaia di migliaia per chi ne è alla ricerca. Quanto si ridurrebbero le partite iva e altri contratti inventati per evitare la legge 300. Perché  questa, che è la realtà vera del lavoro oggi in Italia, non si dibatte, non si affronta?

Insomma, per facilitare le assunzioni tutte le proposte che si sentono sono palliativi che servono poco. O nulla. Le regole devono facilitare le uscite perché le imprese siano più disponibili ad assumere con contratti non precari. I contratti precari sono la conseguenza della difesa dei privilegiati. Di chi il lavoro lo ha, garantito da regole vecchie e superate. Diciamocelo: proteggere troppo chi lavora penalizza chi deve entrare.

 

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