Liberazione dalla guerra civile: un ricordo eroico, commovente e triste

La storia che racconto la ho conosciuta che avevo 18 anni. Nel 1956:   l’età ancora non maggiorenne, allora.   Terminata la scuola di macchinista delle ferrovie (a Rimini), da Giugno ero stato assegnato al deposito locomotive di Greco.  Naturalmente nella funzione di aiuto macchinista; più precisamente fuochista, perché di ferrovie elettrificate ve ne erano ancora poche e ai giovani toccavano le macchine a vapore.

La ricordo come un’altra vita, come un lontano precedente: il deposito era soprattutto fatto di vaporiere le 640, quelle dalle ruote alte, dedicate ai treni passeggeri. Un’ora prima della partenza occorreva prendere posto, ravvivare il fuoco di stazionamento, mettere in pressione la caldaia portandola ad almeno 12 atmosfere per poter uscire dal deposito e andare a Milano Centrale.   Un treno per Torino o Venezia.  Non pochi quintali di carbone da spalare, gestire con cura,… ma questa è altra storia.

Ciò di cui ero rimasto subito impressionato era l’ambiente umano.   I macchinisti: ero giovane, un pivello, i macchinisti da quarant’anni in su. Gente che parlava poco, quasi a monosillabi, a bassa voce, sempre calmi, tutti autorevoli, molto autorevoli sembrarono allora.  Quasi naturale, un po’ per la situazione nuova in cui mi trovavo: l’ambiente da conoscere.  Li ricordo tutti così: eguali nel comportamento pur nella differenza di carattere e d’età di ciascuno.  La parlata era solo lombarda.

Come macchinista mi avevano assegnato all’Eugenio: el Genin,  diminutivo forse dal suo corpo asciutto e la statura.  Allora si andava in coppia, fissa. Bisognava che ci si intendesse perché tutto funzionasse al meglio. Ci si era trovati subito quanto al lavoro: mi ero sentito sotto esame. Durato poco perché già al secondo viaggio  era lui che mi aveva salutato, col tu. L’avevo preso come un giudizio buono.

Del Genin e di chi era, non seppi nulla finché una sera a Bergamo me ne parlò un aiuto macchinista a cena: si era rimasti soli, lui mi raccontò la storia (che non conoscevo).  Una azione di sabotaggio svolta in 6 o 8 che, in una notte, mettendo in un grumo di cascame una bomba a mano e gettandolo nei fuochi di stazionamento delle locomotive, ne avevano messo fuori uso una ventina, facendo scoppiare le caldaie. 

Uno del gruppo era stato ferito dai militari di pattuglia; non si sa dove sia finito. Altri 4 erano stati presi a caso e messi al muro e fucilati di fronte all’ingresso del deposito locomotive, in pieno giorno. Tutti gli addetti al deposito (un centinaio), chiamati fuori ad assistere, perché vedessero cosa succedeva, a fare sabotaggi. Una cosa tremenda, attribuita anche a uno dei capi deposito, fascista convinto (entro le ferrovie erano pochissimi).   Di lui si diceva che avesse indicato quelli da mettere al muro.

Il giorno dopo venendo a Milano, ma anche in seguito, guardai con altri occhi el Genin. Sempre calmo, un carattere che più pacifico e sereno non si poteva immaginare.  Un buonodavvero.    Tuttavia custode di una forza interna che sembrava portasse con sé, in qualsiasi luogo e condizione. Tutti, nel deposito locomotive lo vedevano con una sorta di soggezione, di rispetto. Un leader naturale. Parlai con altri per avere più notizie per capire e chiarire; trovando conferma da tutti.   Anche da chi era venuto dopo al deposito.  Al Genin non ebbi mai il coraggio di chiedere.

Mi fa ricordare questa storia, cui avevo negli anni attribuito anche un che di mitico, di approssimativo per le inevitabili amplificazioni e distorsioni dei racconti che si passano da persona a persona. Qualcosa di mitico fino a questo inverno (50 anni dopo), quando mi è stato mostrato un volume distribuito dal comune di Milano nel 1964 alle scuole medie, allora consegnato a mio cognato: La Nostra Resistenza, conservato fra i suoi libri di scuola. Duecento pagine fatte di resoconti e racconti. Fra questi: “La battaglia dei binari”, firmato da “Visone”, nome di battaglia di un capo partigiano (VEDI).

Leggo e…la storia del Genin mi ritorna vivida, esatta come qui la rileggo, emozionato ricordando el Genin. Il suo camminare dritto e sicuro, l’abito semplice, sempre pulito e ordinato, il suo sorriso sereno, un cenno della mano mentre mi saluta all’alba, al termine del turno.  Legga il lettore la storia del deposito locomotive di Greco: un racconto fuori dal tempo, per fortuna. Cui  posso aggiungere una coda: il capo deposito, considerato responsabile delle fucilazioni (probabilmente poco o forse nulla), venne giustiziato alla scrivania, sul posto di lavoro il 26 Aprile 1945.  Coloro che avevano eseguito la condanna, conosciuti  da tutti.  Rimasti ufficialmente ignoti, naturalmente.

Settant’anni  dalla Liberazione sono tanti e questi ricordi sono davvero fuori dal tempo.  Ricordarli è però un dovere;  fa bene.  Per capire da dove siamo venuti, dove non dovremo più ritornare.   Un ricordo reverente al macchinista Genin, ormai da tempo fra i più.  Sono convinto, non so quanto sia vero, che una parte del mio carattere, della mia visione del vivere, venga da lui, dal cercare di imitarlo.  Mi piace pensare che sia vero, che el Genin continui un poco a vivere con me.

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  1. #1 scritto da Paolo Suppa il 25 aprile 2014 10:53

    Ho qualche primavera in meno rispetto alle tue.
    Ricordo i racconti dei miei parenti, come molte famiglie anche le nostre sono state coinvolte nei conflitti e tra loro c’è chi ha donato la vita per la Nostra Italia ( tra loro un ragazzo di 18 anni – sul Piave – i miei figli hanno studiato musica anche sui suoi libri e conservano una sua lettera,l’ultima).

    Conservare la Memoria è fondamentale.
    Far tesoro di tutte le sofferenze , i sacrifici, la buona fede.Sono orgoglioso della Nostra Patria orgoglioso di essere Italiano.

    Nelle vene dei nostri figli sorre sangue che và dall’Alpi alla Sicilia.

    Checchè se ne dica, pur con tutte le sue contraddizioni, non esiste una Nazione pari alla Nostra e ne vado fiero.

    RE Q
  2. #2 scritto da Saccavini il 25 aprile 2014 12:17

    Grazie Paolo,
    La Memoria, la propria Storia è il cemento principale di cui è fatto un Paese.

    Noi veniamo da una guerra civile entro un evento storico mostruosamente apocalittico: oltre 50 milioni di morti.
    Tutti veniamo da lì, coloro che come Genin si sono trovati a scegliere dove stare ed hanno istintivamente e coscientemente operato per il risultato giusto: l’unico risultato possibile. Ma anche gli altri, che partendo da altri valori hanno agito convinti di svolgere il ruolo che la storia aveva assengato.
    L’Onore, il rispetto dei patti assunti dal Paese non sono disvalori. Tanti giovani se ne sono andati per questi valori.
    La Liberazione significa l’uscita da questa divisione per un percorso da condurre uniti.
    Tutti italiani, fieri dei nostri padri, della nostra Storia, del nostro Paese.

    RE Q

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