Banca d’Italia: le riflessioni di Zingales

ZingalesFlavio Turin ci segnala un interessante intervento di Luigi Zigales, economista italiano che insegna all’Università di Chicago ed è stato uno dei promotori di Fare per Fermare il Declino, pubblicato il 20 dicembre scorso su Il Sole 24 Ore e riguardante lo spinoso problema della rivalutazione delle quote della Banca d’Italia che tanto ha fatto infuriare il M5S. Il testo integrale dell’intervento, in inglese, dal titolo “Saying No to the Markets Is a Gift to the Banks” (Dire no ai mercati è un regalo alle banche), è disponibile sul sito del Sole (VEDI).

Zingales si interroga su chi debba possedere la Banca d’Italia: per prima cosa ci dice che il possesso (la proprietà) implica sia un diritto ad ottenere una remunerazione sia, cosa altrettanto importante,  il diritto a prendere le decisioni. Successivamente si chiede se e quando sia preferibile che la proprietà sia pubblica e quando privata e conclude che per le aziende è sempre preferibile che la proprietà appartenga al settore privato che ha tutto l’interesse a investire e a far crescere le proprie aziende, mentre nel caso, ad esempio, delle prigioni sarebbe preferibile che la proprietà fosse pubblica, poiché il settore privato tenderebbe a massimizzare i profitti a scapito dei diritti dei prigionieri.

Sul punto mi permetto di esprimere una perplessità: il ragionamento in termini puramente teorici potrebbe essere anche corretto, oltretutto la soddisfazione del cliente è un concetto alquanto particolare per una prigione (dubito che qualcuno possa affermare “in questo carcere si sta veramente bene, l’anno prossimo ci ritorno!“). Diciamo che se fosse vero che le prigioni devono essere statali e non private, le carceri dell’Unione Sovietica, statali in un paese di sinistra, avrebbero dovuto essere il non plus ultra e non mi sembra proprio che fosse così.

Poi si chiede quali funzioni avesse in origine la Banca d’Italia, con la struttura assegnatale dalla legge bancaria del 1936 (che aveva una sua logica), e quali siano rimaste alla Banca d’Italia oggi, dopo la creazione dell’Euro e della Banca Centrale Europea (BCE) e se, in base alle funzioni residue, la Banca d’Italia dovrebbe essere in mano ai privati o allo Stato. Zingales conclude che, essendo ormai prevalente (se non esclusiva) la funzione di controllo del sistema bancario, lasciare che il controllore sia governato dai controllati sarebbe come mettere la volpe a guardia del pollaio e che quindi una nazionalizzazione sarebbe preferibile.

Giunto a quel punto si interroga su quale avrebbe dovuto essere il prezzo per tale nazionalizzazione e, con una serie di ragionamenti logici e di critiche al modello seguito invece dai valutatori ufficiali, giunge a un valore (3,3 miliardi) che risulta meno della metà di quello determinato ufficialmente (7,5 miliardi, sottolineando, inoltre, che il governo ha preso il valore massimo tra quelli proposti che andavano dai 5 ai 7,5 miliardi) e conclude che la differenza, pari al valore dell’IMU sulla prima casa, è stata un regalo alle banche, in particolare Intesa e Unicredit (che sono gli istituti che hanno la quota maggiore nella Banca d’Italia).

Inoltre Zingales evidenzia che, come se non bastasse, non si è trattato di una nazionalizzazione, ma di una redistribuzione delle quote tra le varie istituzioni finanziarie, cosa che avrebbe potuto tranquillamente essere fatta dal mercato! Tra l’altro con la rivalutazione la Banca d’Italia sarà obbligata, per Statuto, ad aumentare, a favore del settore privato e a scapito dello Stato, la quota di dividendi di oltre 400 milioni di euro all’anno! Al momento lo Stato ci guadagna, pur perdendoci nel lungo periodo, in quanto incassa la tassa sulla rivalutazione che può impiegare per ridurre il deficit. Inoltre, aggiungo io, le banche ottengono un tangibile sostegno a livello patrimoniale che potrà avere benefici effetti, si spera, nella concessione di prestiti al settore privato (aziende e famiglie). Infatti Zingales fa notare che più che un intervento per correggere un problema istituzionale la proposta del governo sembra andare nella direzione di agevolare la ricapitalizzazione delle banche a spese dello Stato.

L’articolo, provocatoriamente, conclude che se una tale manovra fosse stata fatta da Giulio Tremonti, la Banca d’Italia l’avrebbe bollata come “finanza creativa” e si chiede, posto che è stata fatta da un ministro che era in precedenza un banchiere centrale, in questo caso, come dovremmo definirla?

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  1. #1 scritto da Saccavini il 28 marzo 2014 16:42

    L’articolo di Zingales mi sembra che abbia lo scopo di spiegare agli americani una operazione da loro considerata incomprensibile.
    Lo fa con qualche riserva perché evidentemente non intende mettere troppa difficoltà a Bankitalia e al governo.

    Nella sostanza: bankitalia non è una società è non ha valori, non ha avviamento.
    Gestisce beni dello Stato (cioè di noi Cittadini).
    Tali sono le migliaia di tonnellate d’oro e le riserve monetarie.
    La sua attività non genera redditi.
    Quelli che risultano contabilmente non sono tali, ma sopravvenienze per maggiori costi assegnati ai servizi che eroga, o per rivalutazioni di investimenti sovrani che possiede.
    Margini che deve reimmettere nelle disponibilità dello Stato.

    L’operazione di riacquisto azioni dalle banche italiane è un gioco delle tre carte: serve a dare alle banche i capitali per risistemarsi con i mezzi propri e far fronte agli stress test della BCE.

    In pratica una decina di miliardi di beni dello Stato che sono stati regalati alle banche (che non possono fallire).
    Non troppo indirettamente tolti alla liquidità del sistema, alle imprese.

    Grazie a Flavio per la buona riflessione del “liberista sfrenato” di Chicago.

    RE Q
  2. #2 scritto da Flavio T. il 29 marzo 2014 19:50

    La politica di distribuzione dei dividendi è sempre stata, giustamente, molto prudenziale; e quindi alle banche, come dividendi, andavano pochi spiccioli.

    Hanno così commentato A. Bisin, M. Boldrin e A. Moro su
    http://noisefromamerika.org/articolo/quote-bankitalia-solita-porcata

    C’è un’Italia poco trasparente e un pò estranea al processo democratico, che cambia col provvedimento approvato alla Camera: ma in peggio !

    Qui si trova com’è la partecipazione al capitale negli USA:
    http://noisefromamerika.org/articolo/quote-bankitalia-approfondimento

    M. Boldrin intervistò G. Tremonti:
    I soliti cavalli di battaglia tremontiani erano
    -il populismo (stare dalla parte dei risparmiatori con un barattolo di pelati Cirio sulla scrivania: e stare in una maggioranza che col processo breve farebbe saltare i processi Cirio e Parmalat),
    -le banche cattivone,
    -le misure degne di altri secoli per “proteggere” il mercato interno.
    Dunque dazi, gabelle, balzelli da epoca napoleonica?
    Patti fra Washington e Wall Street e Governo Italiano e Banche?

    Gli amici Proff. di Noisefromamerika e di Fare per Fermare il Declino, A. Bisin, M. Boldrin, S. Brusco, A. Moro e G. Zanella ci hanno già spiegato in “Tremonti: istruzioni per il disuso” che Tremonti non è quel mago che voleva farci credere di essere.

    Obama, mi consentite, ha vinto le elezioni sulla “accountability”, su far sì che chi elegge possa “render conto” di quanto abbia fatto o non fatto o detto un politico.
    Oltre Oceano, però!

    Un grazie al Prof. Zingales e ai Proff. che ho citato.

    Sdrammatizzo ricordando la storia di Enrico Fermi e del suo Fermilab:
    forse un Professore Italiano a Chicago è qualcosa in più di un semplice Professore !

    RE Q
  3. #3 scritto da Saccavini il 29 marzo 2014 23:10

    Parto dalla sua conclusione Flavio:
    I numerosi italiani che nelle istituzioni statunitensi e nell’intero mondo occidentale si distinguono e raggiungono posizioni apicali nelle più note università, nella quasi totalità sono frutto di una crescita ceh si è realizata interamente fuori.
    Il nostro sistema universitario, inteso come struttura, purtroppo fotografa il Paese: ogni posizione frutto di alambiccate ripartizioni entro cui il merito conta molto poco.

    La controprova?
    Quanti sono i docenti di facoltà di origine non italiana nello nostre università?
    Il dato non è neppure citato dalle statistiche; forse nessuno.
    Siamo nel terzo millennio, con la globalizzazione che avanza a ritmi crescenti, con lo scambio e l’interazione nelle ricerche che coinvolge milioni di docenti e ricercatori; il nostro mondo è arretrato di almeno cinquant’anni.

    Cadono le braccia davanti a tanta pochezza….

    buona notte Flavio (e tiri avanti un’ora… siamo già dopo mezzanotte..

    RE Q
  4. #4 scritto da Andrea D. il 31 marzo 2014 09:13

    A livello personale ho un rapporto contrastato nei confronti di Tremonti: per certi versi lo reputo un genio, ma a volte non mi trovo d’accordo con alcune sue esternazioni.

    Ora è scontato che economisti di stampo liberista aborrano di fronte all’idea di misure protezionistiche, ma occorre anche capire il contesto nel quale tali misure vengono proposte e il corollario che le accompagna, cioè il welfare state tipicamente europeo (a loro risulta facile, visto che non vivono più qui).

    La domanda allora diventa: è possibile in un contesto di libero scambio puro (come l’attuale), continuare a mantenere uno stato sociale che le controparti (i mercati emergenti) non applicano? Questa asimmetria nelle prestazioni e quindi nei costi (e nel prelievo fiscale), è sostenibile nel lungo periodo?

    RE Q
  5. #5 scritto da Saccavini il 31 marzo 2014 09:49

    Buon giorno Andrea,

    Bella questione: il costo del welfare state e il suo mantenimento nel tempo, in un mondo globalizzato.

    La globalizzazione, nel tempo (il fattore tempo di dimesioni medio lunghe) ha l’effetto di un ridimensionamento delle differenze, che dovrebbe aversi nei due sensi. un abbassamento nei vecchi mondi ove l’industrializzazione si è sviluppata, un graduale innalzamento nelle economie più giovani, i paesi emergenti.
    Come si realizzerà è questione soggetta a variabili, in curve a scendere o superare la linea mediana attesa.

    Dobbiamo farcene una ragione, anche se le capacità di gestire le nostre criticità dovrebbe attutire gli effetti più marcati.
    Quanto in Italia siamo oggi attrezzati per queste sfide?
    (bella domanda, che fa sorgere timori, per i nostri figli e nipoti)

    RE Q
  6. #6 scritto da Flavio T. il 5 aprile 2014 22:18

    Cito da Wikipedia:
    “Con Quantitative Easing si designa una delle modalità con cui avviene la creazione di moneta da parte della Banca Centrale e la sua iniezione, con operazioni di mercato aperto, nel sistema finanziario ed economico.

    In caso di ricorso a Quantitative Easing, la Banca Centrale acquista, per una predeterminata e annunciata quantità di denaro, attività finanziarie dalle banche del sistema (azioni o titoli, anche tossici), con effetti positivi sulla struttura di bilancio di queste ultime. Convenzionalmente, invece, il controllo della base monetaria avviene con la vendita o acquisto di titoli governativi, in apposite aste.

    Negli anni 2000, durante la crisi finanziaria e la successiva crisi economica mondiale, hanno fatto ricorso al Quantitative Easing la FED, la Bank of England e la BCE. In particolare sia la Bank of England che la FED iniziarono nel marzo 2009 le rispettive manovre di Quantitative Easing.

    La BCE, invece, al fine di perseguire il suo primario obiettivo statutario (stabilità dei prezzi e tasso di inflazione non superiore al 2%), inizialmente decise di non ricorrere a operazioni di Quantitative Easing, limitandosi ad acquisti minimi di attività finanziarie (soprattutto bond), sostenuti attraverso aste di liquidità e non attraverso l’emissione di nuova moneta.

    Tuttavia, dal dicembre 2011, anche la BCE ha iniziato a effettuare operazioni di rifinanziamento a lungo termine, cosiddette LTRO”.

    Verso un Quantitative Easing targato BCE:

    http://www.ilsole24ore.com/art/notizie/2014-04-03/verso-quantitative-easing-targato-bce-163132.shtml

    Il Quantitative Easing serve all’Europa per evitare il rischio deflattivo, dice il Prof. Zingales.
    http://video.corriere.it/zingales-svolta-bundesbank-favorisce-imprese-tedesche/64bc010a-bca5-11e3-9071-cbdd0e551eac

    RE Q
  7. #7 scritto da Saccavini il 6 aprile 2014 00:08

    Buona serata Flavio,

    in economia la coperta è sempre corta, soprattutto quando ci si trova di fronte un ciclo mondiale di riassestamento che rende gradualmente i mercati dalle differenze che si attenuano per andare nel medio lungo termine verso una curva più vicina ad una retta.

    I paesi vecchi: dove l’industrializzazione e l’economia è nata e si è sviluppata, si trovano nella non facile condizione di assestare la ricchezza complessiva diffusa, mentre i margini si riducono od addirittura, in questa fase, diventa preferibile arbitrare sulla finanza che investire nella produzione, nella ricerca, nel commercio.
    Un maccanismo che, volenti o nolenti, ha l’effetto di
    > ritardare l’adeguamento al ribasso delle spese e quindi di aumentare il debito pubblico;
    > la struttura democratica che è basata sul consenso diffuso, è proclive alla spesa piuttosto che a sacrifici;
    > la deflazione non si è capaci di gestirla perché i fenomeni che ci troviamo davanti sono nuovi e il timore di un disastro come negli anni trenta fa ancora rizzare i capelli in testa

    La soluzione di aumentare l’indebitamento mediante emissione di moneta, è sofisticato e lo si sa gestire meglio, ma tutto il vecchio mondo è straordinariamente indebitato ed ogni anno ciò aumenta.

    Quindi: nel breve termine il Q.E. aiuta la gestione sociale e trova consensi.
    L’inevitabile effetto economico è l’impossibilità di far fronte all’indebitamento: già oggi quasi tutti i paesi avanzati (Germania compresa) sono ben oltre il termine teorico del 60% sul PIL.

    Non possiamo fare previsioni circa quando la bolla finanziaria dei paesi sovrani esploderà e come il fenomeno impatterà sul globo.
    Ciò detto: è solo questione di tempo.

    Non è pessimismo, ma una visione realistica della situazione (con le poche e carenti notizia di cui noi comuni mortali disponiamo)…

    Cordialità e buona domenica.

    RE Q
  8. #8 scritto da Andrea D. il 7 aprile 2014 08:51

    In realtà le manovre di Quantitative Easing non hanno come obiettivo quello di aumentare il debito, anche se spesso questo è un effetto collaterale dettato da governi famelici di risorse (ricordando, però, che la BCE non può operare sul mercato primario), ma quello di far diminuire (o tenere bassi) i tassi di interesse, rendendo più sopportabile il debito in essere e, in teoria, favorendo i nuovi investimenti e, quindi, la ripresa.

    Il rischio più temuto a fronte di tali manovre è il ripartire dell’inflazione nel medio periodo (un eccesso di offerta porta a una riduzione del prezzo del bene per ristabilire l’equilibrio con la domanda; nel caso del bene “moneta” la riduzione del prezzo si chiama, appunto, inflazione).

    RE Q
  9. #9 scritto da Saccavini il 7 aprile 2014 09:32

    Proprio l’aumento della circolazione monetaria rappresenta l’effetto del Q.E.:
    raffinato, più elegante e controllato del semplice stampare moneta (come ha fatto per mezzo secolo l’Italia), ma l’economia è fatta di numeri.

    Quindi se la circolazione aumenta nell’ambito delle istituzioni che intermediano moneta, ho l’effetto di mantenere i tassi bassi: questo è ciò che ci si propone e si ottiene.
    Poi però: o la moneta la ritiro in seguito, con modalità e tempi da definire, oppure l’effetto sui prezzi è inevitabile e si cade nell’inflazione, nella perdita di valore del bene moneta, nell’aumento dei prezzi.
    Con la ricaduta: si aumentano i salari o si riduce la capacità d’acquisto (il PIL)?

    Se produco moneta in assenza di una crescita di ricchezza, sembra inevitabile l’effetto sul suo valore intrinseco.

    Oggi l’Europa, la BCE è costretta a farlo se intende difendere il rapporto di cambio euro/dollaro: la globalizzazione ci rende più intedipendenti, meno liberi entro ciascun paese, ciascuna area monetaria.

    Ricordo Draghi nel 2008 con il suo grido dall’arme al Fondo Monetario Internazionale: si deve istituire un organismo molto più forte e coordinato se non vogliamo che l’errore di uno ricada su tutti.
    Non se ne è fatto nulla… e il problema ce l’abbiamo ancora…

    Le manovre e le invenzioni per diluire nel tempo il crack non credo però siano finite; forse non è alle porte il giorno del giudizio che trasforma in carta straccia la circolazione monetaria globale…

    buona giornata Andrea

    RE Q
  10. #10 scritto da Saccavini il 8 aprile 2014 09:49

    Non vengono i brividi su dove stiamo andando con l’impiego del Quantitative Easing?
    ce ne informa stamani la nota quotidiana di Arfaras sul sito di SCM… che parte da una constatazione:

    A partire dai minimi del rapporto fra debito pubblico e PIL della metà degli anni Settanta – un 20% come media dei Pesi sviluppati – si è arrivati nel 2014 al 120% – esattamente il rapporto che si aveva alla fine della Seconda Guerra mondiale. Il debito di oggi non è un debito di guerra – ciò che è ovvio – ed ha altre origini – essenzialmente legate al finanziamento dello “Stato Sociale”.

    I numeri in economia sono maledettamente seri, la situazione è fra quelle di complessità quasi infinita e il rischio di errore correlativamente maggiore… tuttavia, una risposta a questo assunto, una spiegazione sulle conseguenze ce la dobbiamo dare, se il controllo degli eventi a venire è un imperativo categorico dell’Uomo…
    La riflessione di Arfaras è basta sulle aspettative di variazione circa l’opportunità di investimento, quindi ha obiettivi che no nriguardano la politica monetaria globale di medio lungo termine, tuttavia…

    ecco il suo pensiero di oggi:
    http://www.scmsim.it/sito/2014/04/lenigma-dei-tassi-i/#more-1042

    lo seguiremo negli sviluppi

    buona giornata ai lettori

    RE Q
  11. #11 scritto da Andrea D. il 15 aprile 2014 11:22

    RE Q
  12. #12 scritto da Saccavini il 15 aprile 2014 11:48

    Bello l’articolo dei due tecnici, del resto IBL ha livelli qualitativi più che apprezzabili.

    L’operazione è evidente anche a un cieco:
    si è dato un valore ad un proprietà inesistente (perché bankitalia è solo dello Stato) per poter mettere ordine coprendo le magagne create dagli affidamenti allegri del “capitalismo di relazione”: il giaguaro con cui si sono “finanziati” privati non meritevoli.
    Soldi regalati agli amici che adesso noi Cittadini, mediante esborso di bankitalia andiamo a coprire per fare in modo che gli stress test della BCE ci trovino regolari, avendo buttato nella spazzatura i crediti tarocchi.
    Nessuno pagherà i danni:
    Non i beneficiati,
    Non i funzionari e dirigenti delle banche,
    Non i politici che hanno indirizzato l’operazione.

    Resteranno tutti al loro posto fintanto che non AMMAZZEREMO IL GIAGUARO da loro rappresentato.

    RE Q

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